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La sfida della competenza. Impresa 4.0, cosa serve agli imprenditori

di Fabrizio Onida

Un grado più elevato di istruzione degli imprenditori può favorire una maggiore domanda di lavoro qualificato, contribuendo così a ridurre il mancato incontro (mismatch) fra offerta di laureati-diplomati e domanda di mercato?

Una recente ricerca presentata al Secondo Workshop Igier Bocconi-Fondazione Jp Morgan sembra dare risposta positiva a un simile quesito, con implicazioni non banali circa la portata della nuova politica industriale di Impresa 4.0.

La ricerca attinge innanzi tutto ai dati dell’indagine periodica di Banca d’Italia su reddito e ricchezza delle famiglie (SHIW Survey of Houseold Income and Wealth) che copre 20mila individui appartenenti a 8mila famiglie in più di 300 Comuni. Questa fonte è incrociata con i dati Inps su circa 3mila imprese del settore privato non finanziario che nel 2006 occupavano più di 900mila lavoratori. Non sorprende che, anche solo per un puro fattore demografico, mediamente gli imprenditori italiani siano meno istruiti dei propri dipendenti, anche se la distanza tra i due livelli si è accorciata negli ultimi 25 anni.

Un risultato interessante della ricerca (Policy Brief 04 di Fabiano Schivardi) è che, in presenza di un imprenditore-capoazienda maggiormente istruito, i lavoratori dipendenti ricevono mediamente retribuzioni più alte in funzione del loro maggiore grado di istruzione e competenza. Ciò sembra riflettere un circolo virtuoso che induce aziende guidate da imprenditori e manager più istruiti ad attrarre e selezionare dal mercato lavoratori a loro volta meglio istruiti (assortative matching). L’osservazione vale attraverso tutti i settori e tutte le fasce dimensionali dell’impresa, anche se il grado medio di istruzione degli imprenditori tende a essere inferiore nei settori tecnologicamente più tradizionali e nelle imprese di minori dimensioni.

Un altro risultato interessante congiunto con l’Osservatorio Bocconi sulle imprese familiari (Policy Brief 05 di Guido Corbetta, Alfonso Gambardella e altri) è che le imprese familiari con capoazienda più istruito sono più propense ad assumere manager esterni alla famiglia, pur restando fermo il controllo proprietario della famiglia stessa. Nella scelta di aprire il management a risorse umane esterne al nucleo familiare, il grado di istruzione del capoazienda sembra dunque contare più delle “preferenze socio-emotive” tipiche della cultura familiare.

Il primo Workshop Bocconi-Jp Morgan, presentato nell’aprile 2017, aveva già evidenziato interessanti confronti fra l’Italia e gli altri Paesi Ocse coperti dall’indagine sulle competenze della forza lavoro adulta (Piaac):

ad eccezione dei laureati Stem in materie tecnico-scientifiche, i laureati italiani presentano bassi livelli di competenze letterarie e soprattutto quantitative;

ciò vale per tutte le classi di età e di qualifiche lavorative, mentre il confronto penalizza in particolare le regioni del Mezzogiorno;

vi è un pericoloso squilibrio tra imprese che mediamente domandano forza lavoro relativamente poco qualificata e un’offerta di lavoro istruito le cui aspettative restano largamente frustrate;

all’opposto, nonostante alti livelli di disoccupazione nelle fasce di età giovanile, le imprese registrano le maggiori difficoltà a reperire sul mercato manodopera per mansioni qualificate di lavoro operaio (skilled blue collar).

L’insieme di questi fattori sottolinea ancora una volta il drammatico bisogno di “alzare il tiro” nel disegno della nostra politica industriale. Da un lato le imprese vanno stimolate a “scoprire” nuove frontiere nei propri vantaggi competitivi, che attirino per qualità del lavoro e livello retributivo i giovani migliori. Dall’altro lato, gli incentivi di Impresa 4.0 vanno crescentemente indirizzati alla formazione professionale tecnica e scientifica e al trasferimento di conoscenze e competenze tra istituzioni scolastiche e di ricerca e le imprese, anche promuovendo esperienze innovative di apprendistati-tirocini-scuola-lavoro.

 da Il Sole 24 Ore del 08.02.2018

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