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La rivolta delle classi emergenti

Brasile e Cina, Turchia e Russia. La rabbia di giovani e ceto medio contro autoritarismi e corruzione
Una tensione globale e ragioni spesso molto locali stanno cambiando la geografia urbana del pianeta

di Franco Venturini

Il tempo della rabbia fa avanti e indietro dall’egiziana piazza Tahrir alla turca piazza Taksim, esplode in Brasile senza più rispetto per il dio pallone, sfiora l’Indonesia e la Bulgaria, non cede in Russia, con meno clamore investe il localismo cinese, e noi utenti dell’euro non dovremmo mai dimenticare, come minimo, la sofferenza dei greci. Non finisce qui la mappa della protesta che attraversa Paesi tra loro lontani, ma un elenco tanto incompleto basta a legittimare la domanda-chiave del momento: nel mondo globalizzato è diventata globale anche la rivolta di gruppi sociali legati tra loro da caratteristiche comuni, siamo al cospetto di una nuova «lotta di classe» che non ha più nulla di marxista e coinvolge invece chi, sentendosi privo di rappresentanza politica o sindacale, utilizza Internet per fare massa e riuscire ad alzare la voce?
Questo interrogativo fa il giro del mondo con la stessa velocità delle rivendicazioni popolari, occupa copertine prestigiose, impegna politologi e sociologi di prima linea, ma spesso si accontenta della risposta più semplice: sì, la contemporaneità storica mette effettivamente in evidenza elementi simili tra le varie proteste, dunque non è azzardato dire che stiamo vivendo l’inizio — forse soltanto l’inizio — di una rabbia globale.

Non si tratta di una diagnosi errata, perché le somiglianze effettivamente esistono e, fatte le dovute eccezioni, sono rimaste costanti dai primi passi delle «primavere arabe» (dicembre 2010) fino a oggi. Se ne possono contare almeno sei. Il fattore demografico, con la maggioranza o una larga fetta di popolazione urbana in età giovanile. La progressiva trasformazione di tali gruppi in classe media. L’accesso ampiamente diffuso ai social network. La presenza di un ciclo economico negativo, soprattutto nel settore dell’occupazione. La lotta alla corruzione vista come strumento di cambiamento. La contrapposizione a un potere autoritario o percepito come tale.

Se tuttavia questa può essere considerata una cornice comune e dunque globale, risulterebbe fuorviante trascurare per amore di definizione tutti quei fattori originali, locali, nazionali che fanno di ogni protesta un unicum talvolta persino refrattario, più o meno inconsapevolmente, all’abbinamento globalizzante.

In Egitto la protesta nata a Piazza Tahrir nel 2011 si è estesa nei giorni scorsi fino a coinvolgere in tutto il Paese 15 milioni di manifestanti, ed è stata proprio la coralità della rivolta a rendere inevitabili (anche se moltissime incognite permangono) l’intervento dei militari e l’allontanamento di Morsi. Dalla prima alla «seconda rivoluzione», come viene definita dai suoi autori, la sollevazione di masse sempre più imponenti ha spiegazioni economiche e politiche precise. Nel 2011 la prima spallata venne da una massa di giovani non poveri ma disoccupati, utenti del web, ostaggi della corruzione e della dittatura di Hosni Mubarak. Più di due anni dopo, l’avanguardia è diventata moltitudine perché i Fratelli musulmani si sono dimostrati politicamente inetti, l’economia è ulteriormente peggiorata colpendo tutti i settori e tutte le classi sociali, e soltanto un rovesciamento del tavolo pare in grado (ma forse si tratta di una illusione) di costruire una prospettiva meno cupa.

A pochi mesi di distanza, tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, è toccato alla Russia, o per meglio dire alle due grandi città russe. A Mosca e a San Pietroburgo centinaia di migliaia di cittadini, prevalentemente giovani, hanno mandato nella soffitta della storia la leggendaria passività sociale dei tempi sovietici e anche, sin lì, post-sovietici. Qui non c’era la disperazione del Cairo. Qui erano pochi i disoccupati, bastava vedere gli abiti che indossavano. Di ben altro si trattava. Della decisione di una classe media urbana ormai forte e ambiziosa di rompere il patto sociale che nelle sue due prime presidenze Vladimir Putin aveva imposto senza faticare: io miglioro il vostro livello di vita, voi rinunciate a qualsiasi forma di dissenso nei miei confronti. Ingenuo, Putin. Perché, quando crei una classe media dal nulla, diventa fatale che prima o poi essa si ribelli proprio contro il tuo potere, che reclami più libertà individuali, che si scandalizzi dei brogli elettorali, che scopra la straordinaria potenza politica di Internet, che voglia garantito un ulteriore progresso economico, e che per tutti questi motivi scenda in piazza mandando alle ortiche il vecchio patto. Putin ha scelto una repressione che attira le critiche dell’Occidente e riempie le carceri russe, ma la nuova classe media è sempre lì, in agguato, terrorizzata da un possibile peggioramento dell’economia più che dai manganelli. Storia russa, e di nessun altro.

La Cina? Ha effettuato il decennale cambiamento della sua dirigenza, e deve affrontare una congiuntura economica complessa e poco favorevole. Ma a noi interessa un aspetto particolare fatto di migliaia di storie locali o al massimo regionali, e quasi sempre poco pubblicizzate malgrado gli sforzi degli utenti cinesi di Internet (i più numerosi del mondo, naturalmente). Migliaia, decine o forse centinaia di migliaia di proteste spontanee, e qualche volta velocemente organizzate, per evitare che il tuo quartiere venga raso al suolo e che sorgano proprio lì nuovi edifici destinati a favorire la massiccia urbanizzazione voluta dalle autorità, per fermare la deviazione di un fiume anche secondario, per impedire che una nuova autostrada travolga un intero villaggio, per migliorare le condizioni di lavoro nelle fabbriche, per chiedere salari migliori, ma anche meno corruzione e meno ineguaglianze socio-economiche. Si perdono nell’immensità della Cina e del suo popolo, queste piccole e grandi rivolte. Ma non dovremmo trascurarle, anche se può dispiacerci che la democrazia non sia ai primi posti tra le rivendicazioni. Non è una storia cinese, questa?

La rabbia nella zona euro la conosciamo anche troppo bene, ma la Turchia ne è fuori. Ed è un caso particolare, forse più di tutti gli altri. Chi se lo aspettava, l’incendio scoppiato all’improvviso nella piazza Taksim di Istanbul? Dietro le iniziali proteste ambientaliste per salvare il vicino Gezi Park sono presto emerse la stanchezza di una borghesia laica contro lo stile autoritario del premier Recep Tayyip Erdogan e la sua tendenza a islamizzare ogni settore della vita turca. Con una economia che andava ancora bene, malgrado qualche eccesso di inflazione, quella turca è stata una rivolta sì giovane, ma etica, politica, religiosa, assai differente rispetto a tutte le altre di questo periodo. E il fatto che Erdogan abbia indicato in Twitter il suo nemico più insidioso non basta a creare un ponte, è il caso di dirlo, con piazza Tahrir, o con i dintorni della piazza Rossa, o con i difficili primi passi della protesta in Cina.

Soprattutto, la rabbia turca non è la rabbia brasiliana, più simile semmai a quella russa. L’era di Lula, come quella iniziale di Putin, ha innalzato il livello di vita di vasti strati sociali, ha fatto uscire milioni di brasiliani dalla povertà e ha così favorito l’espansione della classe media. Ma oggi, sotto la guida di Dilma Roussef, il Brasile resta percorso da profonde ineguaglianze sociali accentuate dalla fine delle grandi speranze economiche. Dopo essere cresciuto a ritmi cinesi (7,5 per cento) nel 2011, il Pil brasiliano ha rallentato bruscamente la sua marcia: l’incremento è crollato allo 0,9 nel 2012 e va di poco meglio quest’anno. Chi aveva acquisito certezze di progresso, e ancor di più chi aveva investito nel grande balzo in avanti, si è scoperto esposto e indifeso proprio mentre la corruzione continuava e dilagare e mentre enormi capitali venivano investiti per far fronte alla temeraria accoppiata tra il campionato mondiale di calcio nel 2014 e l’Olimpiade nel 2016. Questo mentre l’inflazione galoppa, i trasporti non funzionano malgrado il costo dei biglietti (la scintilla che ha fatto scoppiare una rabbia collettiva che il Brasile non conosceva) e restano le carenze nell’istruzione, nella sanità, nella sicurezza pubblica. Anche qui Facebook, Twitter e Google hanno svolto la loro funzione di tromba elettronica. Anche qui molti giovani. Ma a fare la parte del leone è stato il furore di gruppi sociali improvvisamente delusi che per la prima volta si sono sentiti isolati dalla politica, da quella politica che fino al 2011 li aveva rappresentati con successo.

I nostri brevi cenni non possono esaurire il dilemma tra rabbia globale e rabbia locale se non dimostrando che nessuna delle due formule può reggere da sola alla complessità delle situazioni specifiche. Di davvero globale, forse, c’è soprattutto una crisi di sistema. Le democrazie capitaliste, diventate più «finanziarie» dopo la globalizzazione economica, cercano con un certo affanno nuove regole di autogoverno. Le semi-democrazie autoritarie come quella russa appaiono disarmate davanti alla protesta e rispolverano forme di repressione. Le dittature del mondo arabo sono state spazzate via ma non si sa per quanto tempo, e in alcune contrade (come la Libia e la Siria) regnano l’anarchia o imassacri della guerra civile. La formula mista disegnata da Deng Xiaoping alla fine degli anni Settanta mostra la corda in Cina, anche se non ancora in Vietnam. E accanto alla crisi sistemica emerge un altro elemento globale: la perdita della paura e della passività, ovunque. Ma se questo basti a innescare davvero un tempo della rabbia globale, senza bisogno di maestri buoni o cattivi, senza il Marcuse del Sessantotto, senza la Naomi Klein dei no-global, senza nemmeno lo Stéphane Hessel degli Indignados e soltanto qualche volta con la maschera di Anonymous, è cosa che resta tutta da vedere. Almeno fino a quando, e speriamo che non accada, la rabbia dalle classi medie si allargherà ovunque ai poveri.

da Il club de La lettura – Corriere della Sera del 7.07.2013

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