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La rincorsa dell’Italia. Produttività, perché serve più innovazione

di Nino Lo Bianco

Il 7° rapporto sulla produttività dell’Istat è impietoso.

Negli ultimi 16 anni l’Italia ha conseguito un +0,4%, mentre Francia, Spagna e Regno Unito il 15 per cento. La Germania un +18,3 per cento. Il dato aggregato si è ridotto in questi ultimi due anni ed è previsto ulteriormente in discesa. Il Governo è irritato, ma non per questo i dati miglioreranno.

Il fenomeno è frutto, in buona misura, di un contesto poco sistemico. Infrastrutture carenti, eccesso di burocrazia, frammentazione di ruoli e servizi pubblici, una notevole differenza di occupati ecc.

L’evidenza di questi dati richiede azioni che consentano di invertire la tendenza, pena un impoverimento sostanziale del Paese. Il Governo dovrebbe cercare di indirizzare i pochi mezzi a disposizione nelle direzioni più efficaci per la crescita della produttività e quindi del Pil e non solo verso esigenze assistenziali.

In questo senso la discussione avviata dal Sole 24 Ore su questo tema è molto utile per stimolare una maggiore consapevolezza a livello nazionale.

Quando si parla di produttività, ancora oggi, nell’era post-industriale, in cui la prevalenza del Pil è rappresentata dal comparto dei servizi, l’attenzione si focalizza essenzialmente sul settore manifatturiero, l’attore economico più importante, il cui sviluppo ha consentito una crescita accentuata delle economie occidentali.

La manifattura, in Italia, pur avendo perduto posizioni, è ancora la settima al mondo per valore aggiunto. Appare molto competitiva, con una capacità di export notevole e una propensione all’investimento superiore rispetto ai principali competitor europei. Ciononostante, sulla base delle statistiche pubbliche, si è diffusa l’idea che essa sia ormai colpita da un deficit di competitività.

Credo che giudicare il sistema manifatturiero nel suo complesso sia pericoloso. Il comparto è contrassegnato da forti disomogeneità, per settori, dimensioni, portafogli prodotti ecc.

I campioni italiani di produttività hanno registrato una notevole accelerazione della crescita anche in questi ultimi anni, a scapito delle imprese meno efficienti, costrette all’uscita dal mercato per scarsa capacità di aggiornamento.

La differenza tra il livello di produttività delle piccole imprese (la maggioranza in Italia) e quello delle medio-grandi non è paragonabile tanto meno sul piano internazionale. Le piccole sono mediamente meno efficienti delle francesi e tedesche, mentre le grandi sono spesso più efficienti. Alcune sono leader mondiali di settore e accrescono di molto e in continuazione la loro produttività.

Ancora più difficile è misurare la produttività del settore dei servizi, che rappresenta la maggior quota del Pil. Mentre quelli pubblici e quelli tradizionali registrano una notevole arretratezza, nonché evidenti difficoltà nei processi di innovazione, i servizi del terziario avanzato risultano invece notoriamente molto innovativi, spesso all’avanguardia della digitalizzazione. La loro incidenza è però limitata rispetto alla consistenza degli operatori del comparto.

Risulta quindi evidente che l’evoluzione continua delle attività produttive e delle professioni impone l’innovazione come prerequisito fondamentale.

Di fronte al gap che si sta creando tra noi e gli altri Paesi, sarebbe necessaria una massiccia campagna di sensibilizzazione volta a incoraggiare chi cerca di acquisire la leadership tecnologica e di mercato, attraverso l’uso di tutte le opportunità oggi disponibili (intelligenza artificiale, robotica, industria 4.0). Solo così si potrà creare nuova occupazione ad alto valore aggiunto. Il miglioramento della produttività va ricercato sempre, ma in questa fase è vitale per il Paese.

Per un sostanziale recupero di produttività e quindi di competitività, ci vorrebbe un coinvolgimento più generalizzato.

Ci vorrebbe un sogno collettivo, poco probabile da realizzare in un Paese dagli interessi frammentati come il nostro. Dovremmo generare una filosofia totalizzante che abbracci manifattura e servizi, puntando a un obiettivo comune: “Sfida alla qualità, per divenire leader di innovazione e produttività”.

Un sogno simile è già stato vissuto. In Giappone in primis. Dall’ironia degli utilizzatori europei che usavano le prime radioline portatili negli anni 60, si è passati al rispetto e all’ammirazione per le loro auto e per il total quality approach generalizzato in tutti i loro prodotti e servizi (la locale Tav chiede scusa ai passeggeri per 5 secondi di ritardo all’arrivo!).

È stato il sogno della Cina, passata da “qualità cinese” a leader mondiale della tecnologia in meno di due decenni. Temo che il nostro non sia un Paese capace di fare sogni collettivi di questa portata.

Presidente di Bip – Business Integration Partners

da Il Sole 24 Ore del 16.04.2019

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