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La questione fiscale. Nella selva delle norme inutili

di Raffaele Rizzardi

Il nostro Paese ha il non invidiabile record della onerosità degli adempimenti fiscali che, non raramente, riescono ad avere un costo che rischia di superare la redditività del fatto economico di cui si chiede una rilevazione, e, soprattutto, non daranno un contributo tangibile per la vera lotta all’evasione.

Non ha alcun senso la giustificazione che spesso viene data: è il legislatore che ha voluto questi adempimenti. Le norme fiscali sono ormai da tempo meramente ratificate dal Parlamento. Lo ha detto chiaramente la Corte di Cassazione a Sezioni unite, con la sentenza 25506 del 2006, parlando testualmente di amministrazione finanziaria “vestita” da legislatore.

Oltre a tutto la formulazione di un atto avente forza di legge, che contiene in dettaglio i singoli elementi del dato da rilevare e trasmettere, è quanto di peggio si possa immaginare. Ad ogni modifica, sia additiva che riduttiva dell’adempimento, occorre intasare l’attività parlamentare per questioni che andrebbero trattate in altra sede. Si era parlato da tempo di “delegificazione” degli aspetti formali del tributo, ma la realtà degli ultimi anni è decisamente di segno contrario. Occorre invece che la legge indichi l’obiettivo che intende raggiungere, mentre il contenuto materiale dell’attività richiesta dev’essere affidato a un atto di natura regolamentare, preceduto da un confronto concreto e costruttivo con i rappresentanti dei soggetti che dovranno occuparsi dell’adempimento.

Peraltro, se qualcuno mette in evidenza l’onere di certi obblighi e la loro inutilità viene additato come amico degli evasori. Ma così non è. Basta fare un esempio sotto gli occhi di tutti in relazione alle scadenze di queste settimane.

Lo spesometro a costo zero per il contribuente parte dell’idea che tutti i dati delle fatture siano già presenti presso il soggetto di imposta in forma informatizzata e che “basta un click per trasmetterli all’amministrazione finanziaria”. Se si valuta questo aspetto dalla Terra e non da un asteroide, bisogna rendersi conto che nel nostro Paese si aprono ogni anno mezzo milione di partite Iva e che solo una frazione infinitesima di questi soggetti inizia l’attività con un sistema informativo adeguato.

E se vogliamo andare su una categoria ampiamente rappresentata tra i soggetti di imposta vecchi e nuovi, pensiamo ai pubblici esercizi che fanno i pranzi di lavoro a 10-12 euro.

Chi ha bisogno di una fattura per documentare il costo fiscale e portare l’Iva in detrazione, completa manualmente il modulo polivalente “ricevuta fiscale/fattura”, con il rischio o la quasi certezza che i dati anagrafici del cliente sulla copia che rimane al gestore non siano adeguati, in particolare nella leggibilità della partita Iva.

Per tutti i precedenti spesometri l’agenzia delle Entrate aveva esonerato dalla trasmissione dei dati chi aveva emesso fatture di questo tipo, cioè registrate riepilogativamente nei corrispettivi giornalieri. Ma lo aveva sempre fatto a pochi giorni dalla scadenza dell’obbligo quando cioè, nel caso in questo esonero non fosse arrivato, sarebbe stato impossibile rielaborare almeno un migliaio di documenti per ciascun esercente.

È ovvio che l’utilità di questo particolare adempimento è meno che nulla, e sta creando un notevole risentimento nei confronti dell’amministrazione finanziaria, che viene vista come un soggetto che impone oneri inutili e costosi. In questo ambito non dimentichiamo anche il cessato esonero per le fatture sino a 300 euro registrate riepilogativamente.

E qui viene un’altra proposta per conseguire un rapporto equilibrato tra fisco e contribuente: quando si introduce un nuovo adempimento, è indispensabile che l’amministrazione sia tenuta a rendere conto periodicamente al Parlamento di qual è il costo dell’onere posto a carico del contribuente e quali i risultati in termini di effettivo recupero dell’evasione.

Perché non si possono esonerare dallo spesometro le ”fatturine” del pranzo di lavoro e tutte quelle di importo non significativo? Non si dica che per le aziende ottimamente informatizzate (indicativamente non superano il 5% del numero dei contribuenti) la selezione di queste fatture sarebbe un onere. Esonerare chi non è attrezzato da un obbligo costoso non significa vietare l’inclusione anche dei documenti con importi bagatellari per chi può farlo a costo zero. Pensiamo invece al bar o al ristorante che ha emesso le “fatturine”. Sicuramente non può passare le notti a caricare i files, quando il sistema è più veloce nella ricezione dei dati. Prende il pacco delle copie, lo porta al consulente o al Caf, e deve sostenere un costo. Ma se esonero ci dovesse essere, un’ultima proposta (o una richiesta): non si ripeta la beffa di saperlo a pochi giorni dalla scadenza.

da Il Sole 24 Ore del 18.09.2017

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