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La lunga crisi. La primavera e i germogli della ripresa

di Fabrizio Galimberti

Come si va stagliando il resto dell’anno per l’economia italiana? Il 2015 è cominciato da poco, ma molta acqua è già passata sotto i ponti: dall’euro (oggi “mini”) al petrolio dimezzato, dalla politica monetaria espansiva della Bce al cammino delle riforme strutturali (che avanzano controvento ma avanzano) le congiunzioni degli astri si stanno componendo in senso favorevole. Siamo ancora lontani dal recuperare i livelli di prima della crisi (come segnalano le elaborazioni che presentiamo alle pagine 8 e 9) ma per la prima volta possiamo dire che i rischi sono verso l’alto e non più verso il basso.

Certamente, i fattori appena menzionati beneficiano per la massima parte sia noi che i nostri più diretti concorrenti europei. Ma, in un mondo extra-Ue che continua a crescere, ci potremo appropriare di una buona fetta dei vantaggi. Il cammino sarà accidentato e non privo di inciampi, come ci ha appena ricordato l’inatteso calo della produzione industriale a gennaio; ma, traguardando il ciclo, possiamo dire che quel cammino, che prima procedeva su un crinale che assomigliava al filo di un rasoio, ora si è fatto più largo.

Il deprezzamento dell’euro non è preoccupante come un tempo erano le svalutazioni della lira. Di solito una svalutazione della moneta procura un vantaggio competitivo, che però si accompagna allo svantaggio di un rincaro del prezzo dei beni importati, mentre all’orizzone è sempre in agguato un possibile ritorno di fiamma inflazionistica attizzato dai prezzi crescenti dell’import. Ma nelle temperie di oggi l’import italiano, in aggregato, non rincara più di tanto, data la forte riduzione del prezzo del petrolio. E in ogni caso, se l’euro debole dovesse rinfocolare l’inflazione, questo sarebbe proprio quel che ‘il dottore’ ordina per l’economia italiana. Il pericolo era quello di scivolare nella deflazione, e una moneta più debole evita quella minaccia.

C’è di più: un fortunato paradosso della situazione italiana sta in quelle magagne che oggi si rivelano felix culpas. Prendiamo il debito pubblico: come sappiamo, è una palla al piede che ci portiamo appresso da tanto tempo, e la sua continua crescita ci pone al penultimo posto di questa triste classifica (meno male che c’è la Grecia). Ma l’espansione quantitativa della moneta (Qe) – una politica già adottata dalle Banche centrali degli Stati Uniti, del Regno Unito e del Giappone e ora avviata anche dalla Bce – schiaccia verso il basso i tassi di interesse e quindi il servizio del debito. Vanno a diminuire sia i tassi nominali che i tassi reali, e quando il servizio del debito si fa più leggero il vantaggio è maggiore per chi ha più debito. Le minori spese per interessi nel bilancio pubblico lasciano più spazio per raggiungere gli obiettivi del saldo e/o adottare misure di sostegno.

Un ragionamento analogo si può fare per il costo dell’energia che, come si sa, è un’altra palla al piede dell’economia italiana. Proprio per questo il crollo del prezzo del petrolio dà un vantaggio maggiore a chi registrava una quota più alta, rispetto ai concorrenti, dei costi energetici (o, se si preferisce, lo svantaggio si assottiglia). La quota di importazioni di materie prime energetiche era ed è più alta in Italia rispetto ad altri Paesi, e relativamente più soldi rimarranno nelle tasche di produttori e consumatori da queste riduzioni del prezzo del greggio. Ben lo sa un altro Paese – il Giappone – che, come l’Italia, è fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio: si calcola che il vantaggio per l’economia giapponese dal greggio meno caro è equivalente all’aggravio subito dai consumatori nipponici dall’aumento dell’Iva dell’aprile scorso.

Insomma, il contesto esterno presenta molti lati positivi, ed è bene che questi si manifestino contemporaneamente, dato che, quando più fattori di supporto confluiscono allo stesso tempo, il tutto diventa più della somma delle parti. Certamente, se allarghiamo il contesto esterno alla dimensione geopolitica, l’ottimismo si tempera. Sono possibili altre crisi, legate a Ucraina, Russia, Libia e Medio Oriente, mentre nelle prossime elezioni inglesi la via potrebbe essere spianata per un anticipo del referendum sulla permanenza del Regno Unito nella Ue.

Quanto al contesto interno, questo beneficia delle cose «degne e giuste, eque e salutari» (euro più competitivo, petrolio a buon mercato, tassi schiacciati verso il basso…) che abbiamo menzionato prima. Ma nessun ricostituente può far guarire il paziente se questi non ha voglia di guarire. Fortunatamente, gli indici di fiducia dicono che qualcosa si muove verso il meglio in Italia. Il governo sembra stabile e le riforme, se arrancano, non si fermano. Incrociamo le dita.

 da Il Sole 24 Ore del 16.03.2015

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