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Industria 4.0. Incentivi fiscali per progetti di lungo respiro

di Fabrizio Onida

L’annuncio del “Patto Roma-Berlino”, siglato lo scorso 14 ottobre dalle Confindustrie italiana e tedesca, potrebbe forse incoraggiare il nostro governo a meglio definire le modalità di realizzazione del “Piano nazionale Industria 4.0, 2017-2020” come esempio di una nuova politica industriale. Con le parole del nostro Piano Industria 4.0, il settore privato è chiamato a mobilitare i suoi (purtroppo ormai pochi!) maggiori player con un «limitato numero di capifiliera in grado di coordinare il processo evolutivo delle catene del valore», coinvolgendo le numerosissime Pmi e riconoscendo il «ruolo chiave di prestigiosi poli universitari e centri di ricerca per sviluppo e innovazione». Il governo deve «operare in una logica di neutralità tecnologica, intervenire con azioni orizzontali e non verticali o settoriali», promuovendo l’adozione delle «tecnologie chiave abilitanti». Al governo spetta la guida di una complessa cabina di regia – che include università, centri di ricerca e Cdp, oltre a rappresentanti del mondo imprenditoriale e sindacale – e il compito di «coordinare i principali stakeholder senza ricoprire un ruolo dirigista». È ormai lontano il ricordo dei falliti “piani di settore” degli anni 70-80.

Giustamente il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda non vuole più ricorrere a incentivi a bando ministeriale, che per complessità burocratiche e rischi di inquinamento clientelare finiscono spesso a non essere nemmeno spesi (Industria 2015 docet!). Si prevedono invece incentivi prevalentemente fiscali automatici agli investimenti (crediti d’imposta sulle spese di ricerca; super e iper-ammortamenti sull’acquisto di macchinari). Tutti incentivi molto graditi alle imprese, anche se a rischio di produrre effetti congiunturali più che strutturali (necessari in una “visione lunga”).

Tutto bene, ma come si può pensare che la pura somma di questi interventi, calata nel contesto iper-frammentato del nostro sistema produttivo e scontando la tentazione dirigista delle nostre burocrazie centrali e regionali, riesca a incoraggiare iniziative di filiera, aggregazione tra imprese, alleanze cooperative in progetti di ricerca pre-competitiva, investimenti per promuovere standard aperti e interoperabili? Molte ricerche su microdati di impresa e di territorio (Ocse, Istat, Banca d’Italia e altri) segnalano da tempo che aggregazione e interconnessione tra imprese e centri di ricerca sono potenti motori di accresciuta produttività dei fattori e competitività sui mercati internazionali.

Perché non immaginare che una quota di tali incentivi fiscali automatici venga assegnata a imprese che si impegnano a condividere progetti di innovazione tecnologica di lungo respiro? Progetti man mano identificati da esperti e manager di riconosciuta competenza, su incarico del governo tramite la cabina di regia. Alcuni progetti aggreganti sono già sul mercato, come lo Human technopole di Milano, o come il nascente Centro di ricerca sulle tecnologie sostenibili che l’Iit lancia a Torino nel “miglio dell’innovazione”, (IlSole24Ore, 8 novembre). Tutti progetti che possono avere precise ricadute di innovazione industriale, se accompagnati da incentivi rivolti alle imprese.

In Germania la “Plattform industrie 4.0”, avente al centro il programma “Smart manufacturing for the future” con più di 250 partecipanti, è una iniziativa congiunta delle maggiori organizzazioni imprenditoriali nei settori Ict-Engineering-Electrical and Electronics. Come organizzazione privata, partecipa a uno dei 10 “Future projects” identificati dal governo già dal luglio 2010 nel “High tech strategy 2020 action plan”, su temi che spaziano da clima-energia a salute-alimentazione-sicurezza-mobilità sostenibile-comunicazioni. Sotto la sorveglianza di uno “Strategy Committee” (che include politici, accademici e parti sociali) opera uno “Steering Committee” guidato da responsabili di impresa. Il programma è sostenuto dalla Cdp tedesca (KfW) che attinge da fondi federali (80%) e dei länder (20%) e si avvale della fitta rete della Fraunhofer Gesellschaft, società che con 24mila addetti in 66 istituti gestisce progetti finanziati al 70% da contratti di ricerca con le imprese e al 30% dai governi federale e dei länder.

Tutto ciò è manifestazione di uno “Stato dirigista” o più semplicemente di una politica industriale che vuole indirizzare-facilitare-sostenere gli “spiriti animali” di un Paese che pensa al futuro?

da Il Sole 24 Ore del 10.11.2016

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