News

Letture e approfondimenti per imprenditori (e non solo).

0

In Gran Bretagna l’auto non ha bandiera

Non conta il passaporto della proprietà (tutta estera): è record di produzione

di Danilo Taino

La Gran Bretagna spiega bene il caso Fiat. Succede che, nel 2016, nel Regno Unito saranno prodotte tante automobili quante ne furono realizzate nel 1972 , l’anno record nella storia della gloriosa industria dell’auto britannica. Allora furono 1,92 milioni : tra due anni – dicono le proiezioni della Society of Motor Manufacturers and Traders (Smmt) – dagli stabilimenti ne uscirà più o meno lo stesso numero e nel 2017 la produzione supererà i due milioni . La cosa interessante è che la proprietà delle fabbriche e dei marchi britannici è ormai, da tempo, estera. A creare ricchezza e occupazione sul territorio dell’isola non è la nazionalità del quartiere generale ma sono le condizioni che il Paese offre a chi produce auto, sia esso giapponese, americano, tedesco, indiano. Nel 2013 , in Gran Bretagna sono stati prodotti più di 1,505 milioni di veicoli, secondo la Smmt: una crescita del 3,1% rispetto agli 1,46 milioni del 2012. L’80% viene esportato. Da qualche parte nel Regno, un’auto esce da uno stabilimento ogni venti secondi – sottolinea il governo di Londra. Soprattutto, sulla base degli investimenti già realizzati o decisi, l’organizzazione dei produttori stima che tra due anni verrà eguagliato il record storico e entro tre verrà superato. Nel solo 2013, sono stati annunciati investimenti per 2,5 miliardi di sterline (poco più di tre miliardi in euro). Tra questi 1,5 miliardi di sterline verranno spesi dalla Jaguar-Land Rover, posseduta dal gruppo indiano Tata, nell’impianto di Solihull: 1.700 nuovi posti di lavoro. Nel Paese operano più di 40 società automobilistiche ma le maggiori sono la giapponese Nissan, le americane Ford e General Motors, la tedesca Bmw (proprietaria del marchio Mini), l’indiana Tata. Il risultato è che la Gran Bretagna è il quarto produttore di auto in Europa e nel giro di un paio d’anni dovrebbe superare la Francia e restare dietro solo alla Germania e, altro caso interessante, alla Spagna. Il Regno Unito ha una grande tradizione nel settore. Negli anni Settanta , però, la produzione aveva iniziato a calare e negli anni successivi una serie di aziende vendette marchi e fabbriche oppure chiuse. Il rilancio della produzione arrivò negli anni Ottanta con la creazione di un ambiente capace di attrarre investimenti: flessibilità della forza lavoro, sistema di tassazione e approccio favorevoli al business, caratteristiche che valorizzarono le competenze e alcuni marchi del Paese. È una storia che suggerisce all’Italia di concentrarsi meno sulla nazionalità della Fiat e più sulle condizioni favorevoli alla produzione. Tra l’altro, la flessibilità che sta alla base del successo britannico ha consentito di rispondere bene alla crisi. Nel 2009 , il 70% delle esportazioni era diretto verso i Paesi dell’Unione Europea; nel 2013 , la quota si è ridotta al 48% , ma al restringimento del mercato europeo i gruppi globali – non britannici – hanno risposto aumentando le esportazioni verso i mercati emergenti: oggi il 10% dell’export va in Cina (2,3% nel 2009 ) e un altro 10% va in Russia (4% nel 2009 ). L’auto non è una questione nazionale.

dal Corriere della Sera del 09.02.2014

© 2013 Studio Ragazzo-Pescari Professionisti Associati - All rights reserved. P.iva 01224480473