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Imprese globali. Il doppio segnale da industria e giovani

di Paolo Bricco

L’edificio del nostro futuro ha quattro architravi. I giovani e le imprese globali, l’internazionalizzazione e il digitale. È la strada indicata in questi giorni – di discussioni e di accordi, di bilanci e di progetti – a Capri, dove si sta svolgendo il trentaduesimo convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria, e a Bolzano, che ha ospitato la settima edizione del forum fra Confindustria e Bdi, l’associazione degli industriali tedeschi.

Mai come in questo passaggio storico, il mutamento del paradigma culturale – oggi l’economia è una miscela di materiale e di immateriale, di globale e di locale, di diritti di proprietà e di sharing - sta selezionando un nuovo ceto di imprenditori. Mai come adesso, i giovani imprenditori sono essi stessi il seme del cambiamento.

La loro educazione è diversa da quella dei loro nonni e delle loro nonne che hanno ricostruito il Paese dalle ceneri della Seconda guerra mondiale e da quella dei loro padri e delle loro madri che hanno modellato negli anni Settanta e Ottanta l’Italia delle fabbriche, la seconda manifattura in Europa – dopo la Germania – e la prima a costruire un modello originale in cui la piccola impresa non cedeva il passo alla grande ma si integrava con essa. Basta parlare con i loro genitori, in non pochi casi imprenditori che gli hanno lasciato l’azienda di famiglia: loro, che non hanno mai padroneggiato le lingue straniere spesso limitandosi a un inglese scolastico ed elementare (anche negli affari), sono orgogliosi di questi figli che non di rado hanno fatto un anno di scuole superiori all’estero e hanno nel curriculum pezzi di formazione universitaria fuori dai confini italiani. L’internazionalizzazione di chi fonda una nuova azienda o entra in quella di famiglia accettando la sfida di farla diventare globale è prima di tutto di cultura e di anima, di mente e di cuore. Non è poco.

Sono cresciuti in una Italia informatizzata nelle case, negli uffici e nelle fabbriche, in cui la meccatronica e la robotica – fin dagli anni Settanta e Ottanta – hanno assunto un profilo così avanzato da competere – sotto l’aspetto della qualità e dell’impatto strategico – con l’industria tedesca e giapponese.

Hanno, dunque, conosciuto un Paese che – pur segnato da conflittualità e da inefficienze politiche, da ritardi e da forme crescenti di degrado sociale – ha saputo elaborare e costruire nell’industria una sua identità e – in più di un settore – una sua leadership. Una leadership che, adesso, va consolidata e ulteriormente sviluppata attraverso una alleanza organica fra l’Italia e la Germania, cosicché la manifattura europea possa diventare – con imprese e gruppi sempre più globali – ancora più competitiva, anche tramite la convinta adesione al modello dell’Industria 4.0.

Questi giovani imprenditori, che hanno il cuore in Italia e la testa nel mondo, sono il risultato di sistemi educativi radicalmente cambiati. Nei nostri atenei appare ormai normale che, oltre agli esami di analisi matematica e di economia, vi sia quello di coding, la programmazione: è successo da poco alla Bocconi. Nessuno si stupisce che, perfino nelle facoltà umanistiche, molti corsi siano tenuti in inglese.

Questi giovani imprenditori sono pesci nell’acqua del grande mutamento della nostra struttura economica e tecnologica, segnata dalla prevalenza del digitale sull’analogico. Una prevalenza che si esprime nel duplice punto di congiunzione dell’additive manufacturing e dell’internet of things, che in Europa hanno nella Germania la frontiera più avanzata.

In una indagine condotta su 24mila società dal Met di Raffaele Brancati, emerge che sul totale delle imprese italiane quelle eccellenti – aggettivo che sintetizza lo sviluppo integrato di internazionalizzazione, innovazione e programmi di R&S – sono cresciute dal 14,3% del 2008 al 22,2% di oggi, quelle in movimento – attive su almeno uno di questi fronti, non su tutti – sono scese dal 63,3% al 52,7 per cento e quelle statiche – ferme in ogni aspetto strategico – sono aumentate dal 22,4% al 25,1 per cento. Negli anni della Grande Crisi si è irrobustita l’élite delle imprese italiane. Ma si è assottigliata la maggioranza di aziende in cammino. E si è ingrossato il drappello di quelle ferme. Questa analisi del Met conferma l’esistenza del binomio 20-80: al 20% delle imprese si deve l’80% del valore aggiunto e l’80% dell’export.

Per ricomporre questo bipolarismo, che sta diventando frattura, serve la cultura della internazionalizzazione e del digitale, in crescente simbiosi con le altre industrie europee, in particolare quella tedesca . Perché la minoranza delle aziende si ponga a traino dell’intero sistema, è necessario che – nel nostro Paese – assuma consapevolezza della sua centralità il nuovo ceto imprenditoriale, che è di casa nel futuro.

 da Il Sole 24 Ore del 21.10.2017

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