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Il rilancio dopo il QE. La crescita è stabile se serve a investire

di Gianni Toniolo

Quando finisce una crisi economica? Quando reddito e occupazione ricominciano a crescere? Quando raggiungono il livello pre-crisi? Quando il tasso di crescita torna a essere quello di lungo periodo? Sembrano domande per accademici appassionati di astratte classificazioni. Non è così. La scelta delle politiche monetarie e fiscali dipende criticamente dall’opinione che i decisori si sono fatti circa il perdurare o meno di uno stato di crisi. Per la semplice ragione che le politiche necessarie nell’emergenza sono diverse da quelle utili a un’economia tornata alla “normalità”. L’avere inondato i mercati di liquidità ha evitato il ripetersi della tragica deflazione degli anni Trenta, contenuto il contagio dei fallimenti bancari, frenato la caduta della domanda. Il fato del 1929 è stato evitato da un’espansione monetaria di dimensioni mai viste prima. Non è però una politica che può continuare indefinitamente: fa crescere il rischio di una bolla speculativa, ha effetti distributivi indesiderati, toglie al tasso di interesse la funzione “normale” di segnale di scarsità e di rischio e, dunque, di bussola nella scelta degli investimenti. Lo stesso vale per la spesa pubblica in disavanzo: dove è stato possibile attuarla, ha sostenuto la domanda aggregata sostituendo quella pubblica a quella privata in diminuzione (e anche in questo è consistita la differenza rispetto agli anni Trenta), ha mitigato il costo personale e sociale della disoccupazione.

Nemmeno questa è però politica adatta a tempi “normali”. La spesa pubblica in disavanzo (diversamente da quella in equilibrio il cui livello dipende dalle preferenze sociali di ciascun Paese) può avere effetti negativi sull’investimento privato ma, soprattutto, accrescendo l’indebitamento, sottrae risorse alle spese sociali e produttive, rende più fragile il sistema bancario, limita l’uso della politica fiscale in una futura depressione. Insomma: terapie d’urto sono indispensabili quando il malato rischia la vita, ma hanno effetti collaterali pesanti che ne consigliano la progressiva riduzione e sostituzione non appena la situazione del paziente si stabilizza.

Nella riunione di settembre la banca centrale statunitense ha ritenuto di sancire un ritorno alla “normalità”. Forse ha pesato il ricordo del 1936-37 quando la politica restrittiva della Fed interruppe la debole ripresa, con effetti recessivi anche nel resto del mondo, del quale allora non ci si curava. L’attenzione all’economia mondiale da parte dei banchieri centrali americani è relativamente recente e molto opportuna, a essa si deve il mantenimento dell’orientamento espansivo della politica monetaria, pur di fronte all’evidente fine della crisi negli Stati Uniti. I rischi di questa politica sono però crescenti, incluso quello, importante nell’orientare le aspettative, di non riconoscere ufficialmente che l’emergenza è finita. È auspicabile che questo riconoscimento avvenga entro la fine dell’anno.

E in Italia? L’impostazione del Dpef (e della legge di stabilità che ne seguirà) suggerisce che il governo non ritiene che il paese sia del tutto uscito dalla crisi. La Banca d’Italia, pur evidenziando la ripresa, ne indica la fragilità. La politica fiscale per il 2016 è orientata a un tono espansivo con modesti tagli di spesa e il massimo disavanzo consentito dal peso del debito pubblico, più che dall’Europa. Nelle attuali circostanze economiche, sociali e politiche, questa è una strada quasi obbligata. Ma non è quella raccomandabile non appena si riconoscerà la fine dalla crisi. Se le previsioni per il 2016 fossero confermate, la crescita economica italiana sarebbe tornata alla dinamica pre-crisi. Una dinamica che, prima del 2007, era giudicata insoddisfacente e della quale non potremo accontentarci nei prossimi anni.

Non dovremo però illuderci che l’aumento della spesa corrente in disavanzo possa accelerare stabilmente la crescita del reddito degli italiani. Fu questo l’errore commesso negli anni Ottanta e in parte nei decenni successivi. Sarebbe grave ripeterlo, anche se fosse possibile “concordarlo” con una più “flessibile” Unione Europea. Se è vero che le crisi si mitigano con forti espansioni monetarie e fiscali, nel lungo andare una stabile crescita economica si ottiene con politiche che migliorano l’allocazione di capitale e lavoro, premiano l’innovazione, incrementano il capitale umano. Su questa strada sono stati compiuti passi importanti, che vanno rafforzati e gestiti, ma molto resta da fare.

Un’economia uscita dalla crisi, come speriamo sia quella italiana del 2016, sarà aiutata, non rallentata, da un quadro macroeconomico orientato all’equilibrio strutturale di bilancio e alla riduzione del debito pubblico: si stabilizzeranno le aspettative incentivando gli investimenti nazionali ed esteri; così avvenne nei momenti di maggiore sviluppo dell’economia italiana. La progressiva riduzione del debito libererà risorse preziose, renderà meno penoso l’inevitabile aumento dei tassi, preparerà le munizioni per affrontare meglio una crisi futura. Usciti dall’emergenza, dobbiamo allungare la vista al lungo periodo.

 da Il Sole 24 Ore del 03.10.2015

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