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Il paese che declina e quello che resiste. Lasciate spazio a chi sa fare

di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

È come un pesce che sta morendo perché l’acqua in cui vive si sta lentamente, ma inesorabilmente scaldando. Così Ernesto Galli della Loggia (Corriere , 20 ottobre) ma anche in parte Piero Ostellino (Corriere , ieri) descrivono l’Italia. I responsabili della lenta agonia sarebbero una classe politica inadeguata (in primis, aggiungiamo noi, il leader degli ultimi 20 anni, Silvio Berlusconi), e quegli imprenditori che sopravvivono solo perché sussidiati dallo Stato, cioè dai contribuenti. Ma anche gli italiani avrebbero le loro colpe: si starebbero adagiando a chiacchierare con i loro innumerevoli telefonini, a guardare la tv, senza leggere neppure un libro all’anno.

È una descrizione dell’Italia molto deprimente, ma che purtroppo in qualche modo coglie nel segno. Altri dati, però, raccontano un Paese diverso. Quello più significativo è l’attivo della nostra bilancia commerciale, cioè il fatto che il valore delle nostre esportazioni supera quello delle importazioni. E non è solo per via della recessione che frena l’import. Le nostre esportazioni crescono: hanno raggiunto i 195 miliardi nel primo semestre di quest’anno, dieci in più dell’anno scorso. Manteniamo le nostre quote di mercato. Ci sono imprese, oltre la solita Luxottica, e in campi diversi, come Prysmian, Brevini, Mossi & Ghisolfi, che si sono adattate all’euro e hanno grande successo sui mercati internazionali.

Imprese che ce la fanno, nonostante siano tartassate da imposte elevatissime. E non è, come scrivevamo il 6 ottobre, una divisione tra Nord e Sud. La differenza corre tra due tipi di Paese, tra aziende produttive e imprese decotte: ce ne sono di entrambi i tipi sia al Nord che al Sud. Rispetto al primo semestre dello scorso anno le esportazioni sono cresciute dell’11,3% in Puglia e del 10,7 in Toscana, mentre il Nordest è fermo.

Ma ad essere positivi ci sono anche altri elementi. Alcuni dei nostri licei fanno invidia a quelli del Nord Europa ed alle migliori high school inglesi e americane. Nei programmi di dottorato dei più prestigiosi atenei al mondo gli studenti italiani sono sempre tra i più bravi. Vi sono decine di giovani professori italiani con cattedre nelle prime università americane, medici negli ospedali più ambiti. Basterebbe solo un po’ di flessibilità e di meritocrazia per farli rientrare.

Ma anche in Italia vi sono eccellenze universitarie. Un esempio, e non è l’unico, è l’Istituto italiano di tecnologia che sta facendosi un nome nel campo della ricerca scientifica e ha attratto a Genova scienziati italiani ma anche americani. C’è eccellenza anche nel settore pubblico: lo staff di economisti della Banca d’Italia è considerato uno dei migliori in assoluto fra tutte le banche centrali, compresa la Federal Reserve americana. I funzionari che al ministero dell’Economia gestiscono il nostro debito pubblico sono rispettati dagli investitori di tutto il mondo.

Un Paese in cui tutti sono mediocri, quello sì sarebbe senza speranza. Ma non è il caso dell’Italia. Per ricominciare a crescere basterebbe trasferire risorse ed energie dal Paese che non funziona a quello che cammina e spesso corre. Dobbiamo abbandonare il mito del «piccolo è bello», delle imprese familiari. Servono aziende che magari nascono piccole ma poi riescono a crescere, a competere nel mondo e a quotarsi in Borsa per non vivere di prestiti bancari elargiti con il contagocce. Servono imprenditori che sappiano assumersi i propri rischi e non siano sempre pronti a privatizzare profitti, nazionalizzare perdite e stazionare nei corridoi dei ministeri per ottenere sussidi e favori. Bisogna favorire il trasferimento di risorse umane e di capitali da imprese decotte (come Alitalia) a quelle che funzionano.

Dobbiamo avere il coraggio di mandare a casa i professori fannulloni per lasciar posto ai giovani, oggi costretti a rifugiarsi all’estero. Bisogna convincere i nostri figli che laurearsi a 27 anni in Scienza delle Comunicazioni difficilmente apre prospettive nel mondo del lavoro.

E i sindacati devono convincersi che più flessibilità non significa meno, ma più lavoro, piu produttività e quindi salari più alti, e che difendere a tutti i costi anche i meno meritevoli danneggia i migliori e finisce per far stare tutti peggio. Bisogna abbandonare il «buonismo» e sostituirlo con un sostegno per chi è debole ma meritevole, per aiutarlo ad acquisire nuove professionalità e così rientrare nel mercato del lavoro.

Sono possibili cambiamenti tanto radicali? Noi pensiamo di sì. Esempi ve ne sono. Negli anni Ottanta l’Irlanda era un Paese sull’orlo del collasso. Si diceva «L’ultimo che parte spenga la luce!». In pochi anni si è trasformata nella tigre d’Europa e, superata la crisi finanziaria, sta tornando ad esserlo. Alcuni Paesi dell’Est europeo hanno reagito a situazioni ben peggiori della nostra: un’economia e una società devastate da mezzo secolo di «comunismo reale». In pochi anni sono rinati e sono all’avanguardia in molti campi.

Ma per fare tutto ciò serve un grande sforzo comune che cominci dalla classe dirigente. Quando vediamo un governo che discute per mesi su come cambiare il nome di un’imposta (l’Imu) significa che questa classe politica ha perduto la percezione di quanto grave sia la situazione, e non ha una visione su come invertire la rotta. A essere convinta però non deve essere la sola classe dirigente, ma tutti noi.

 dal Corriere della Sera del 24.10.2013

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