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Il mercato. I deficit di fiducia che pesano su conti e crescita

di Alessandro Penati

Non ha senso dibattere sui decimali del tasso di crescita previsto nel Def se non si è consapevoli della ragione del rallentamento in corso. La recessione è cominciata a giugno 2018, in coincidenza con l’avvio del nuovo governo, con il Pil sceso dello 0,26% nel secondo semestre. La frenata non è stata causata dal rischio geopolitico globale, o da una crisi delle famiglie consumatrici: il contributo delle esportazioni nette e dei consumi in quel semestre è stato positivo (0,41% e 0,12% rispettivamente). La ragione è prevalentemente nella caduta della fiducia delle imprese, che hanno perciò rallentato gli investimenti e ridotto le scorte.

Il peggioramento del clima di fiducia è continuato nel primo trimestre del 2019. L’indice delle condizioni delle imprese manifatturiere (Ihs Markit Manufacturing Pmi) è sceso da 55,1 al momento delle Politiche 2018 (valori superiori a 50 indicano espansione, e viceversa) al 49,2 di dicembre e al 47,4 di marzo. Analogo andamento per l’indice degli ordinativi.

Un clima di sfiducia che trova spiegazione nella costante retorica anti-imprese e anti-mercato del governo, nelle tante misure che hanno aumentato la rigidità del mercato del lavoro (indirettamente, anche Reddito di cittadinanza e Quota 100) e nell’utilizzo delle risorse fiscali principalmente per alimentare il consenso.

Le stime per il 2019 continuano a prevedere un forte saldo positivo delle partite correnti; e i provvedimenti del governo dovrebbero riuscire a sostenere i consumi. Per ritrovare la crescita è dunque cruciale riconquistare la fiducia delle imprese. Il recente Decreto crescita che reintroduce il super ammortamento (ma non gli altri incentivi per gli investimenti aboliti), l’aumento della deducibilità Imu per i capannoni (che dovrebbe invece essere integrale, in quanto beni strumentali) e la limatura all’aliquota Ires (ma solo sugli utili accantonati) sono poca cosa di fronte alle laute mance elettorali elargite, o al salvataggio pubblico di Alitalia e alla “difesa” dei marchi italiani che dimostrano la mancanza di volontà e capacità di ristrutturare le aziende in declino. Né il governo usa gli investimenti pubblici per promuovere quelli privati.

Sono i cittadini che votano, non le aziende. Ma, alla fine, i cittadini – anche quelli italiani – votano con il portafoglio. E non c’è benessere senza imprese che fanno utili e investono. Questa è la prima amara verità per il governo.

Grazie alla sua retorica anti-euro e al disinteresse per i vincoli di bilancio nella politica fiscale, il governo si è anche autoinflitto un aumento del costo del debito pubblico. Il vero spread da guardare è quello con Spagna e Portogallo, aumentato di 100 punti sotto questo governo. Azzerare questo spread dovrebbe essere la priorità, cambiando retorica e riaffermando l’obiettivo della sostenibilità del debito. Non significa austerità subito. Non sono i moniti e le minacce della Commissione europea (è una tigre di carta) a determinare lo spread. Contano solo le aspettative degli investitori circa la dinamica futura del debito. Lo dimostra la Grecia che, nell’ultimo anno, ha ridotto di ben 120 punti lo spread rispetto all’Italia.

Ridurre lo spread è il modo più rapido per rendere il debito sostenibile, perché avvia un circolo virtuoso. Non si può contare solo sulla Bce e sulle banche italiane, da lei finanziate con dovizia, che sono già arrivate a detenere, nel loro insieme, quasi il 46% del nostro debito. La fiducia che il governo deve riconquistare è prima di tutto quella dei risparmiatori italiani che allocano meno del 14% della loro ricchezza finanziaria nei nostri titoli di Stato. E detengono una quota di debito pubblico inferiore agli stranieri. È questa l’altra amara verità.

da Il Sole 24 Ore del 13.04.2019

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