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Il dibattito e le idee. Sette scelte decisive per ripartire

Come sostenere domanda e produttività

Servono, tra l’altro, conti pubblici in ordine, concorrenza e investimenti in infrastrutture

di Pierluigi Ciocca

Nonostante la tardiva bava di ripresa ciclica la condizione dell’economia italiana resta grave. Essa vive da anni un cedimento congiunto di domanda aggregata e d’offerta aggregata. Il vuoto di domanda emerge dall’eccesso del risparmio sull’investimento e dal surplus dei conti correnti con l’estero. La deficienza dell’offerta emerge dall’improduttività di lavoro e capitale, dall’assenza di progresso tecnico.

Quindi la politica economica deve a un tempo sostenere sia la domanda sia la produttività. Finora ha fallito, per limiti di concezione e perché è mancata un’autonoma reazione delle imprese al declino.

Le scelte decisive, le linee d’azione, possono ridursi a cinque sul piano interno, a due sul piano europeo.

Il piano interno

Occorre completare il riequilibrio delle pubbliche finanze. Il saldo strutturale del bilancio non è lontano dal pareggio chiesto dall’art. 81 della Costituzione. Al 2018 l’Fmi lo prevede a -0,8% del Pil potenziale. Germania in lieve surplus a parte, Francia, Regno Unito e Canada sono sul -2%, Giappone sul -3%, Stati Uniti sul -4,6%, il complesso delle economie avanzate sul -2,7%. Con un indebitamento netto che tendesse a zero e un Pil nominale in crescita del 4% l’anno (metà prodotto, metà prezzi) lo stock del debito pubblico – la mina vagante che è assolutamente prioritario disinnescare – scenderebbe rapidamente rispetto al Pil. Le uscite da frenare sono quella per forniture/appalti a prezzi esosi e quella per trasferimenti superflui a imprese ed enti vari. Due punti di Pil si possono reperire, con una vera spending review.

Occorre, soprattutto al Sud, un vero piano d’investimenti pubblici in infrastrutture, fisiche e immateriali. Può essere all’avvio alimentato con parte dei mezzi di cui sopra, per poi keynesianamente finanziarsi con il reddito e il gettito che via via genera. Le infrastrutture sono gravemente carenti perché gli ultimi governi hanno irresponsabilmente tagliato gli investimenti di Stato ed enti locali: da 54 miliardi l’anno nel 2009 a 35 miliardi nel 2016, poco meno dei fatidici due punti del Pil. Gli investimenti in infrastrutture sono essenziali: per la messa in sicurezza del territorio, volta a preservare i beni e l’incolumità dei cittadini; per aumentare la produttività delle imprese; per sostenere la domanda globale grazie a un moltiplicatore che è doppio o triplo rispetto alle altre voci del bilancio pubblico (consumi pubblici, trasferimenti vari, detassazione).

Occorre riscrivere in modo organico il diritto dell’economia. L’attuale abbatte la produttività, nel livello e nel tasso di variazione, di punti percentuali. I blocchi dell’ordinamento rilevanti – più rilevanti del martoriato diritto del lavoro! – sono: societario (valorizzare la funzione imprenditoriale), fallimentare (allarme precoce nella crisi d’impresa), processo civile (rapidità e prevedibilità dell’esito), amministrativo (tempi ragionevoli, codice degli appalti, semplificazione), del risparmio (parare gli effetti del famigerato bail in), della concorrenza (dinamica, oltre che statica).

Occorre rendere meno iniqua la distribuzione dei redditi. La via è quella del contrasto all’evasione dei ricchi. Al di là dell’equità – un “Gini” di 0,40 è inaccettabile – solo così una parte importante della popolazione, in specie meridionale, potrà avere l’opportunità di recare tutto il suo apporto alla produttività del sistema.

Occorre, infine, che alle imprese italiane venga imposta la concorrenza. Non è solo questione di un antitrust più incisivo (di cui sopra). Le imprese devono tornare a cercare il profitto attraverso la produttività fondata su innovazione e progresso tecnico. È dalla svalutazione della lira del 1992 che – con apprezzabili eccezioni – hanno smesso di farlo, confidando nel danaro pubblico, nella moderazione salariale, nel cambio debole. La svalutazione competitiva dell’euro che la Bce persegue, se può piacere agli industriali pigri, è – quindi – controproducente, oltre a irritare gli Stati Uniti, Trump o non Trump.

Il piano europeo

Il riferimento al tasso di cambio evoca le due scelte sul fronte europeo.

La mera ipotesi politica di uscita dall’euro sarebbe disastrosa. Lo sarebbe per il patrimonio e per il reddito degli italiani. Tra peggioramento della ragione di scambio, inflazione, incertezza, rialzo dei tassi d’interesse, recessione essi perderebbero centinaia di miliardi. Ma lo sarebbe anche perché le imprese verrebbero ancor più allontanate dalla via maestra del competere attraverso la produttività.

Il rigore di bilancio e il neo-mercantilismo della Germania rischiano di frantumare la Ue. La Francia non deve ripiegare su un asse franco-tedesco, che la vedrebbe subalterna in economia. Insieme Francia, Italia, Spagna e altri devono convincere la Germania a espandere la domanda interna più del Pil, riassorbire l’abnorme avanzo commerciale, confortare un’espansione delle altre economie d’Europa affidata a investimenti pubblici imperniati su una rigorosa “golden rule”. Prima ancora di metter mano agli assetti istituzionali d’Europa, ai trattati, i Paesi dell’area sono chiamati a dimostrare una loro capacità di coordinare le politiche economiche nazionali. I tedeschi hanno ragione nel non voler farsi carico dei debiti altrui e nel chieder loro di mettere prioritariamente la casa in ordine. Ma devono convincersi che una posizione creditoria netta verso l’estero prossima al 60% del Pil non ha senso economico ed è una minaccia per l’autonomia politica altrui. È, semplicemente, in stridente contrasto con l’idea stessa di un’Europa unita fra pari.

da Il Sole 24 Ore del 30.05.2017

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