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Il dibattito e le idee. Industria 4.0, la mano pubblica rafforza le aggregazioni

di Fabrizio Onida

Merita un plauso di incoraggiamento il ministro Calenda per il varo del programma Industria 4.0, che offre una visione dei temi trasversali per il futuro del nostro apparato produttivo e di ricerca tecnologica, superando l’approccio notarile dei rapporti annuali del Mise e l’ottica un po’ accademica del Piano nazionale di ricerca (Pnr) del Miur. Bene la rinuncia a procedure macchinose (bandi, concertazioni ministeriali, decreti attuativi, fidejussioni bancarie…) che nel recente passato hanno contribuito (assieme ad altre cause prettamente politiche) a uccidere sul nascere la coraggiosa idea di Industria 2015. Bene anche la spinta decisa agli investimenti, crollati del 30% dal 2007. Bene il progetto dei Digital Hub sul territorio e di «pochi e selezionati Competence Centre» che vedano lavorare in sinergia centri di ricerca (universitari e non) e imprese innovative, favorendo quel trasferimento dalla scienza all’innovazione che dovrebbe essere al centro della missione del Cnr.

Calenda sostiene che il governo deve solo dare gli strumenti alle imprese, non fare scelte di investimento. Ma è solo una mezza verità. Che cosa stanno facendo da qualche anno altri Paesi europei, non solo la Francia per tradizione programmatoria e un po’ colbertista, ma anche governi sinceramente liberali come in Germania, Regno Unito, Olanda e altri? Chiamano a raccolta le proprie maggiori imprese e istituzioni di ricerca per disegnare, finanziare e monitorare la realizzazione di grandi programmi di sviluppo, spesso mettendo a capifila manager del settore privato. Non certo “piani di settore”, per noi di pessima memoria per l’intreccio perverso di politica incompetente e lobby di potere ansiose di catturarla.

Dietro a etichette evocative ricordate anche nel documento Calenda (Industrie 4.0 tedesca, Industrie du futur francese, Catapult Centres britannici, Smart Industry olandese ecc.) si trovano in definitiva gli stessi driver di sviluppo tecnologico e sociale a cui anche l’Italia non può non puntare: efficienza energetica, mobilità sostenibile (smart city), fabbrica intelligente con manifattura additiva e robotistica interconnessa, energie alternative, digitalizzazione di welfare e sanità, medicina del futuro, e così via. In alcuni di questi programmi di respiro europeo l’Italia ha le carte in regola per mettere in gioco i propri vantaggi competitivi già ben affermati sui mercati. Basti pensare a nuovi materiali compositi, robotistica e fabbrica intelligente, campi in cui imprese del nostro “quarto capitalismo” collaborano strettamente con laboratori esterni di ricerca, come i dipartimenti di Ingegneria della “Motor Valley” emiliana, i Politecnici di Milano e Torino e l’Istituto Italiano di Tecnologia.

Si dice: non serve il governo per indicare la strada, ci pensa il mercato a decidere e rischiare. Ma con un sistema produttivo e scientifico così dotato di eccellenze, tuttavia estremamente frammentato come il nostro, serve la mano pubblica per incentivare l’aggregazione (interconnessione) di soggetti imprenditorali su progetti rischiosi e a redditività differita, per formare una adeguata massa critica di offerta industriale e terziaria. Una massa critica di investitori fortemente innovativi e centri di ricerca internazionalmente qualificati appoggiati del governo sarebbe tra l’altro una potente molla per indurre molti gruppi multinazionali già operanti in Italia a investire di più in progetti innovativi sul nostro territorio.

Pensiamo a uno schema di politica industriale in cui un supplemento di incentivi fiscali automatici (come il credito d’imposta agli investimenti in R&S) venga offerto solo alle imprese che accettano di partecipare con proprie risorse a programmi comuni di ricerca esplorativa e pre-competitiva, appositamente identificati da una cabina di regia che miri veramente a dare una scossa a un sistema produttivo oggi troppo inerte di fronte alla sfida dei mercati e scarsamente capace di creare posti di lavoro qualificati per i nostri laureati e diplomati. Programmi che prevedano comunque fasi di valutazione indipendente dei risultati, con la possibilità di correggere il tiro tagliando gli incentivi ai progetti inconcludenti (picking the loser). Spazio per una fase 2 dell’Industria 4.0?

 da Il Sole 24 Ore del 18.02.2017

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