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Il contribuente maltrattato

di Massimo Fracaro e Nicola Saldutti

Sulla questione delle tasse, di tutte le tasse, ogni via di mezzo sembra molto complicata da percorrere. C’è chi pensa che la lotta all’evasione sia troppo morbida. Altri sono convinti, invece, che la ricerca dei furbetti della dichiarazione dei redditi sia troppo severa. E che, addirittura, molte delle difficoltà delle imprese nascano da un’eccessiva presenza del Fisco. E da una macchina della riscossione che, effettivamente, in certe occasioni è parsa un po’ troppo stringente.

Soltanto se si parte da questa apparente banalità, si possono cogliere tutte le incertezze e le ambiguità che ruotano intorno a Equitalia, la società che svolge per conto dello Stato il ruolo di esattore di imposte e contributi. Non sono pochi i sindaci che da mesi hanno ribadito, con forza, la loro dichiarazione di indipendenza. Come se il problema fosse Equitalia, il suo apparato e i suoi modi di operare, e non l’enorme sacca di evasione che sottrae alle nostre casse 120 miliardi l’anno.

Prove di federalismo tributario, piuttosto fragili a dire la verità. Sono almeno 6.000 le città (piccole e grandi) che si preparano a cambiare sistema. E, tra poco meno di un mese, dal 1° luglio, dovrebbe scattare il passaggio delle consegne da Equitalia alle società scelte dagli enti locali. La legge è chiara: Equitalia «cessa l’attività». Anche se verranno concessi, come a questo punto appare probabile, sei mesi di proroga, la svolta da gennaio 2014 dovrà esserci. Si torna all’antico, alla frammentazione, dimenticando gli scandali che avevano coinvolto i vecchi concessionari e i molti buchi che in passato è stato necessario coprire.

Molti sindaci si sono affrettati a spiegare ai loro concittadini che il nuovo regime sarà più tollerante. Vedremo se la promessa sarà mantenuta. Anche se la mossa sembra dettata più dal tentativo di costruire facile consenso, che non dalla volontà di rendere più efficiente la riscossione e di combattere davvero l’evasione potendola vedere più da vicino.

Una cosa è certa: 6.000 Comuni dovranno diventare autonomi e dovranno attrezzarsi per riscuotere circa 11-13 miliardi di euro in completa autonomia. Una riforma non si sa quanto utile, perché si corre il rischio di smontare una macchina che, pur con qualche eccesso, aveva dimostrato di funzionare. Correndo al tempo stesso il rischio di fare l’ennesimo regalo agli evasori.

Vale la pena rileggere i dati sui gabellieri privati che ha pubblicato martedì Mario Sensini: per l’incarico i Comuni prevedono di versare agli esattori un aggio (il costo del servizio) che può arrivare fino al 30%. Pari, ad esempio, alla sanzione prevista per chi non versa l’Irpef. Ma, soprattutto, pari a oltre tre volte quella che lo Stato versa oggi a Equitalia. Un aggio che nei mesi scorsi è stato al centro di molte proteste, e che ha fatto scattare questa stessa riforma. Il nuovo servizio, insomma, sarà molto più costoso di prima. Domanda: chi salderà il conto finale? Sembra improbabile che i Comuni possano farsi carico di questa spesa. Non è difficile immaginare che l’onere ricadrà, in modo più o meno trasparente, sui contribuenti: onesti e disonesti. Senza parlare delle nuove commissioni sui versamenti delle imposte che rendono ancora più elevata una pressione tributaria già ben oltre il limite della sopportabilità.

Forse bisognerebbe utilizzare questi sei mesi di tempo per ripensare la norma e varare una riforma della riscossione che metta al centro, per una volta, il contribuente. Con i suoi doveri, ma anche i suoi diritti. Forse è meglio correggere, se ci sono, inefficienze ed errori di Equitalia, prima di inseguire i rischi di nuovi (vecchi) gabellieri privati. Il pericolo è di fare una riforma senza eliminare quel brutto, eterno vizio del Fisco di essere forte con i deboli e debole con i forti.

da Corriere della Sera, 5 giugno 2013

 

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