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Il calvario dell’industria in un Paese senza strategia

di Marco Fortis

Le dimissioni del cda dell’Ilva segnano l’ultima tappa dell’ennesimo calvario di un grande gruppo italiano strategico in un Paese senza strategia: un Paese che letteralmente sega una dopo l’altra le gambe della sedia su cui è seduto. Ora, con la paralisi dell’Ilva, sono a rischio altri 24mila posti, 40mila con l’indotto. E questa crisi rischia di generare ripercussioni negative anche per gran parte di quella filiera dei metalli e prodotti in metallo che sostiene il nostro settore manifatturiero più importante: la meccanica dei beni strumentali, che nel 2012 ha generato un surplus con l’estero di 49 miliardi di euro.

In particolare, l’Italia è senza strategia nel suo settore economico trainante: quello della manifattura, dove se siamo i secondi d’Europa dopo la Germania e tra i primi 5-6 al mondo per valore aggiunto lo dobbiamo solo ed unicamente alle imprese e ai lavoratori. Non certo alla politica e al sistema-Paese, che sembrano remare, sempre e comunque, contro chi intraprende e produce, contro chi crea ricchezza che altri invece sperperano con le inefficienze, le rendite, le furbizie e le ruberie.

In Italia, come ha affermato ieri il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, vi è incomprensibilmente «una diffusa mentalità anti impresa manifatturiera». E ciò che «ha affossato il Paese è la complicazione burocratico-amministrativa». Quest’ultima, insieme all’incertezza e alla farraginosità del diritto, alla sua continua mutevolezza, alla sua difficoltà di interpretazione e alle sue traiettorie schizofreniche, tiene lontani gli investimenti stranieri e spiazza rispetto all’Europa e al mondo le nostre imprese. Poco importa che l’industria manifatturiera, come ha ricordato Squinzi all’ultima Assemblea della Confederazione degli industriali, contribuisca direttamente al 17% del Pil, ma addirittura una quota doppia se si considera l’indotto, generi l’80% dell’export italiano, la maggior parte della ricerca e dell’innovazione, la creazione dei posti di lavoro più qualificati e retribuiti. Una manifattura che soprattutto, specie in questo difficile momento di crisi, appare l’unica «in grado di riattivare il resto dell’economia, perché acquista beni e servizi prodotti dagli altri settori».

Ma per Squinzi l’Italia paga soprattutto il peso delle “non scelte” della politica degli ultimi trenta anni. Un Paese dove oggi l’unico “faro” rimasto che sembra capace di prendere decisioni difficili in momenti difficili è il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Le “non scelte” della politica pesano soprattutto sui giovani. Ogni mese che passa senza scelte distrugge posti di lavoro e fa franare irreparabilmente le prospettive di occupazione delle generazioni future.

Viviamo in un’Europa anch’essa senza strategia, che ha preteso con supponenza teutonica di applicare a un Paese solido come l’Italia (ben diverso dalla Grecia o dalla Spagna) ricette fiscali suicide che hanno distrutto, assieme al nostro mercato interno, anche molta capacità produttiva ed occupazione, impoverendo dunque la stessa Ue nel contesto della competizione globale. In questa Europa l’incapacità dell’Italia di costruire una propria strategia, di comunicare con autorevolezza l’immagine della forza della propria economia reale ai mercati, nonché di pesare nelle scelte di Bruxelles, è come una goccia che ogni giorno scava ed erode la nostra possibilità di reagire, rendendoci sempre più vulnerabili. La Confindustria ha aperto una linea di credito verso il Governo Letta, nella speranza che esso possa finalmente fare poche scelte ma buone. Cominciando col portare a compimento i pagamenti dei debiti arretrati delle pubbliche amministrazioni per poi aggredire davvero efficacemente l’eccessivo peso fiscale sui lavoratori e le imprese.

È in gioco la stabilità sociale e, per usare le parole di Squinzi, l’Italia rischia di «perdere due generazioni». Soltanto chi non sa leggere i dati può continuare ad ignorare il pericolo che abbiamo davanti. Nonostante il nostro Paese sia forte nell’export e batta la stessa Germania per surplus commerciale con l’estero in 1.215 prodotti manifatturieri non alimentari, generando con essi un attivo di 150 miliardi di dollari, il mercato domestico è in caduta libera, sia a livello di consumi che di investimenti, mentre la disoccupazione giovanile cresce di mese in mese, puntando ormai diritta al 40%.

Tra il 2007 e il 2012 il peso delle molte “scelte non fatte” e di quelle poche fatte, ma per lo più sbagliate, ha portato la disoccupazione giovanile italiana dal 20,3% al 35,3%. Ciò che appare più grave non è la crisi occupazionale nel Mezzogiorno, dove è sempre stata forte, ma quella del Nord, cuore manifatturiero dell’Italia e nostro ormeggio all’Europa. Nel 2007 il Nord Italia aveva una disoccupazione giovanile del 12,1%, solo di poco superiore a quella della Germania (11,9%), inferiore a quella del Regno Unito (14,3%) e molto al di sotto di quella di Paesi come la Francia (19,8%) o la Svezia (19,2%). Il Nord Est Italia poteva addirittura vantare nel 2007 un tasso di disoccupazione giovanile (9,6%) di oltre due punti più basso di quello medio tedesco.

Ma la crisi mondiale, acuita dagli sbandamenti della nostra politica e di quella europea, ha poi aperto una ferita drammatica anche nel nostro Nord, la cui disoccupazione giovanile è salita nel 2012 al 26,6%, un valore più alto di quelli di Gran Bretagna (21%), Svezia (23,7%) e Francia (24,3%), mentre in Germania la disoccupazione giovanile è invece scesa all’8,1%. Sono valori critici che il Nord Italia non aveva mai toccato nella sua storia recente.

Intanto, il nostro Mezzogiorno aveva a fine 2012 una quota di giovani disoccupati pari al 46,9%, livello non nuovo e già toccato alla fine degli anni ’90, nonché inferiore a quello odierno medio spagnolo (53,2%). Ma ciò non deve consolare. Perché se le “non scelte” faranno saltare il Nord, ignorando colpevolmente il carattere strategico del suo settore manifatturiero, che dovrebbe invece essere uno dei pilastri del nostro interesse nazionale, semplicemente tra non molto tempo non avremo più possibilità di scelta.

da Il Sole 24 Ore, 26 maggio 2013

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