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I nuovi decreti. Il futuro del lavoro e l’addio all’ipocrisia

di Alberto Orioli

Alla fine il Jobs act è un corredo di riforme con cui l’Italia tenta di deviare il fiume del lavoro verso il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti lasciando l’alveo accidentato delle forme precarie e iperflessibili. Perché l’operazione funzioni ha bisogno di due sponde: quella delle regole da semplificare e da rendere più adatte alle forme del nuovo lavoro; e quella dei fondi pubblici, dote indispensabile per la gestione degli incentivi, delle forme di decontribuzione e delle misure di assistenza per chi perda il posto e si impegni in azioni di formazione e ricerca di nuove opportunità lavorative.

Le nuove regole adesso ci sono e, salvo l’incognita sempre presente dello sviluppo dei contenziosi di fronte al giudice del lavoro, dovrebbero funzionare.

I fondi ci sono per due anni, ma con stanziamenti molto limitati e molto a rischio, tanto da far pensare a scelte “tattiche” di respiro ancora corto da affinare una volta verificata la reale configurazione del mercato del lavoro scaturito dalle nuove regole.

Resta il fatto che, come accreditano tutte le previsioni, una volta preso atto dell’alto potenziale dei nuovi contratti a tempo indeterminato, diventerà inevitabile affrontare il vero tema di riequilibrio competitivo del lavoro italiano: il cuneo fiscale.

Diventerà inevitabile superare una fase straordinaria di incentivazione e allineare il carico fiscale e parafiscale a quello dei competitor per abbattere drasticamente il total tax factor che oggi grava sulle imprese italiane e ne riduce la competitività. Sforzi ne sono stati fatti in direzione dell’alleggerimento dell’Irap e questa è la direzione giusta, ma certo la strada è ancora lunga e avrà impatti non banali anche sul sistema di copertura nei conti pubblici e nel sistema di welfare così come lo conosciamo adesso.

Affrontare il tema del lavoro, del resto, significa da sempre “sconfinare” sulle misure di politica fiscale e contributiva e significa porre mano al funzionamento degli strumenti di ammortizzazione sociale e di previdenza. E anche questa volta la partita chiusa sul Jobs act indica chiaramente quali diventeranno i prossimi capitoli.

Dal primo marzo, comunque, ci sarà un prima e un dopo del lavoro. A volte si dimentica, ma il Jobs act riguarda il solo futuro. Chi a quella data avrà già un lavoro, continuerà a farlo secondo le vecchie regole. Chi avrà il suo primo lavoro o un nuovo lavoro entrerà nel nuovo mondo dei contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti, con la reintegra prevista dall’articolo 18 limitata ai licenziamenti discriminatori e ad alcune fattispecie di quelli disciplinari. Solo per chi lavora con i contratti a progetto si aprirà un regime transitorio in attesa del traghettamento, dal 2016, verso il nuovo contratto a tutele crescenti.

È il primo vero tentativo riformista che ha mantenuto il suo assetto di equilibrio razionale e di buonsenso senza derogare, nella messa a punto dell’ultimo istante, alla richieste di quanti, dalla sinistra del Pd a Sel, chiedevano una retromarcia su diversi fronti. È rimasta l’applicazione delle nuove regole sull’articolo 18 ai licenziamenti collettivi (d’altro canto fattispecie regina dei licenziamenti economici cui non si applica la reintegra); è rimasta la durata immutata dei contratti a termine rinnovabili 5 volte per 36 mesi; la normativa sul ri-mansionamento risulta equa e compatibile con i contratti. La rotta rifomista mantenuta è un valore per chi guarda nel mondo alle reali intenzioni dell’Italia di voler affrontare, una volta per tutte, i nodi antichi della mancata modernizzazione.

D’altro canto, l’eliminazione dei contratti di collaborazione a progetto e la loro confluenza, di fatto, nel nuovo contratto a tutele crescenti a tempo indeterminato segna la fine dell’ipocrisia della iperflessibilità in ingresso e della ipergaranzia in uscita che ha ingannato alcune generazioni in nome di un “patto” squilibrato tra i diritti degli inclusi scambiata con le precarietà degli esclusi o degli entranti.

Uno squilibrio che, storicizzato, forse è stato anche necessario per incrinare il muro monolitico del tempo indeterminato fino ad allora superato solo dall’informalità (super-ipocrita) del lavoro sommerso. Uno squilibrio, tra l’altro, diventato tale a causa degli abusi che hanno di fatto snaturato una norma preoccupata, al suo nascere, di favorire la creazione di spezzoni di lavoro altrimenti persi. Tuttavia oggi – per fortuna – si guarda oltre.

Quanto suona anacronistico lo slogan di chi oggi grida alla libertà di licenziamento proprio mentre, per il solo effetto dell’attesa della riforma, sul mercato del lavoro si segna una prima timida ripartenza delle assunzioni, secondo una staffetta virtuosa tra nuovi contratti a termine e nuovi contratti a tutele crescenti. Quanto suona però eccessivamente affabulatorio lo slogan del premier secondo cui «d’ora in poi nessuno verrà lasciato solo». Il nuovo ammortizzatore sociale va nella direzione giusta ma avrà bisogno di diventare effettivamente universale e finanziato anche da chi oggi non lo fa (o lo fa attraverso fondi speciali affatto in equilibrio); avrà anche bisogno del corredo di un’agenzia nazionale per la gestione dei controlli e della vigilanza. Che non c’è. Così come ancora non c’è l’agenzia nazionale per l’impiego che possa raggruppare Isfol e Italia Lavoro nonché i soggetti privati impegnati nella gestione del lavoro a somministrazione e le strutture locali dei Centri per l’impiego e arrivare finalmente a una gestione razionale dell’incontro tra chi cerca e chi offre lavoro.

Questi due nuovi soggetti sono persi nelle nebbie della discussioni preliminari perché in contrasto con il Titolo V della Costituzione. E oggetto dei bersagli del sindacato. Tuttavia la via del riformismo è imboccata. Ora non resta che fare il secondo, poi il terzo e il quarto passo. Stare fermi non paga mai. Tantomeno adesso.

da Il Sole 24 Ore del 21.02.2015

 

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