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I freni alla crescita. Se la produttività scompare dal discorso pubblico

di Gianni Toniolo

Il presidente della Bce ha scelto l’università di Tel Aviv, che gli ha conferito il dottorato ad honorem, per dire che la crisi economica della zona euro «è alle nostre spalle». L’annuncio non sorprende. Dal 2014, la zona euro – al netto dell’Italia – cresce dell’1,8% l’anno. La crescita per abitante si avvicina molto a quella degli Stati Uniti. Questi ultimi stanno entrando nell’ottavo anno di una ripresa non eccezionale ma solida, tanto che dobbiamo forse aspettarci un normale rallentamento, come storicamente è spesso successo dopo il sesto anno di espansione ciclica. Nel complesso, l’economia mondiale è cresciuta dal 2010 al 2015 del 3,8%, un tasso simile al 3,4% realizzato negli anni della “seconda globalizzazione”(1990-2007). Si osserva, dal 2016, un rallentamento ma per ora l’annuncio della stagnazione secolare, se misurata in termini di Pil, sembra esagerato come quello della morte di Mark Twain.

Draghi toglie di mezzo l’ultimo argomento utile a chi continua a parlare di “crisi internazionale in atto”. Certo, restano molte cartucce nel carniere dei pessimisti: la crescita dovrebbe essere più robusta per recuperare rapidamente il terreno perduto, la produttività cresce meno che per il passato, gli investimenti non brillano, la piena occupazione in Paesi come Stati Uniti e Germania sconta precariato e part-time, i salari ristagnano o aumentano poco, le disuguaglianze, se non crescono, certo non diminuiscono. Tutto vero, ma si tratta di problemi che erano con noi da anni, ben prima della crisi, e che la buona crescita del Pil può alleviare ma non risolvere, in assenza di interventi “strutturali”. Ci sono poi i rischi geopolitici, ma per ora non sono scontati né dai mercati né dalla crescita del Pil.

Tecnicamente, non si può più parlare di recessione nemmeno in Italia. Da quasi tre anni il reddito aumenta (tra il 2014 e il 2016 in media dello 0,6% annuo per abitante) e i dati pubblicati ieri dall’Istat incoraggiano un po’, soprattutto per quanto riguarda gli investimenti. Ma il ritmo resta insufficiente, circa la metà di quello dell’insieme degli altri membri della zona euro che godono oggi in media di un reddito per abitante superiore del 34% a quello che avevano nel 1995, mentre da noi è cresciuto, in ventidue anni, di un irrilevante 5 per cento. È dunque in Italia che si annida quella stagnazione secolare inutilmente cercata altrove. La produttività del lavoro non aumenta, quella totale dei fattori (che include il capitale) diminuisce, malgrado il crollo degli investimenti. Non sorprende, dunque, che, nonostante le basse remunerazioni, il costo del lavoro per unità di prodotto sia aumentato più che in ogni altro grande Paese europeo. Sorprende, semmai, in questo quadro, il buon andamento delle esportazioni. A questo si aggiunge il più elevato rapporto debito/ Pil dell’area euro (a parte la Grecia) e della nostra storia unitaria, se si eccettua l’immediato primo dopoguerra (ma erano debiti con gli alleati sui quali si ottenne una drastica riduzione).

Le cause della nostra bassissima crescita sono (quasi) tutte endogene. È futile incolpare l’odiato straniero. Non possiamo più nasconderci dietro una “crisi internazionale” al cui appuntamento, nel 2008, eravamo giunti con un tasso di crescita flebile già da molti anni. L’elevato debito pubblico, figlio dell’idea, degna di Cagliostro, che la spesa in disavanzo sia la perfetta alchimia per produrre l’oro della crescita, non consentì, all’inizio della crisi, di combatterla con le politiche collaudate dell’espansione fiscale. La depressione si è trascinata diventando la più grave della storia d’Italia in tempo di pace. Le banche, alle quali le imprese ricorrono per quattro quinti del loro fabbisogno finanziario, hanno inevitabilmente accumulato “sofferenze” (alcune di esse ci hanno messo del loro, con cattiva gestione e non solo).

Stando così le cose, colpisce che la scarsa produttività, radice di tutti i problemi, sia quasi assente nel discorso pubblico. Sembra che tutto il Paese si sia rassegnato alla bassa crescita. Oggi però, incombe un rischio di breve periodo che le cosiddette élite (politiche, mediatiche, imprenditoriali, sindacali, intellettuali) dovrebbero anzitutto riconoscere per poi affrontare con urgenza. La scadenza elettorale, con la possibilità che un sistema proporzionale non produca governi stabili, la prevedibile fine delle politiche monetarie iper-espansive, la debolezza della crescita, una percepita fragilità del sistema bancario e l’enorme debito pubblico creano una miscela esplosiva che potrebbe produrre un improvviso rifiuto degli investitori (nazionali e stranieri) di acquistare titoli italiani, a cominciare da quelli del debito pubblico. Si tratta, per fortuna, di un rischio, non di una certezza. Ma possiamo permetterci di sottovalutarlo? Per ridurlo bisogna accelerare la soluzione dei problemi delle banche in difficoltà e imboccare subito un sentiero credibile di riduzione del debito pubblico, lenta ma tenuta costante nel tempo. L’indispensabile credibilità di questo percorso potrebbe derivare da un patto, tacito o esplicito, tra le principali forze politiche che impegni chiunque si succeda al governo a restare nel sentiero intrapreso di lenta riduzione del debito. Bisogna poi riprendere subito il cammino interrotto delle “riforme”, come ci ha nuovamente chiesto ieri l’Unione europea, e concordandole con essa. In questo modo si rassicurerebbero sia gli investitori sia i partner europei. Questi ultimi sarebbero meglio disposti a inaugurare una stagione di maggiore solidarietà, una volta ridotto il rischio Italia. Se si obietta che tutto questo non è “politicamente” possibile, allora dovremo abituarci a convivere con il rischio, contando sul proverbiale “stellone”.

 da Il Sole 24 Ore del 23.05.2017

 

 

 

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