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Irresponsabilità solidale

di Marino Longoni

Le entrate cercano di limitare i disastri combinati dalla norma che scarica sulle imprese il peso dei controlli fiscali. Con effetti paradossali.

Diciamo la verità: la norma sulla responsabilità solidale nei contratti di appalto è una stupidaggine solenne, un capriccio legislativo di qualche politicante che non ha la minima idea di come gira l’economia delle piccole e medie imprese. L’Agenzia delle entrate ha cercato, con la circolare del 1° marzo, di mettere qualche pezza. Ma il risultato finale rimane un pasticcio legislativo del quale proprio non si sentiva la necessità. Tutto nasce con il governo dei tecnici che, nel decreto 83 del 2012, ha la brillante idea di trasformare gli imprenditori in tanti sceriffi del fisco. Come se non bastassero gli uomini dell’Agenzia delle entrate e della Guardia di finanza. Come se il signor Brambilla non avesse niente di meglio da fare. In nessun paese del mondo si era arrivati a tanta protervia da parte del legislatore fiscale.

L’articolo 13-ter del decreto Crescita prevede infatti sanzioni fino a 200 mila euro per l’appaltatore che paga regolarmente i suoi debiti senza aver prima verificato che il subappaltatore sia in regola con il fisco. La norma è in vigore dal 12 agosto, e finora ha prodotto solo danni. Se è vero che la maggior parte delle imprese ha ben altro da pensare che ai ghiribizzi del legislatore, e quindi si è comportata come se questa follia nemmeno esistesse, altre imprese hanno utilizzato questa disposizione come ottimo espediente per ritardare i pagamenti, altre si sono preoccupate oltre misura e hanno distribuito a raffica richieste di certificazione fiscale ben oltre il ragionevole. Anche gli interpreti si sono mossi in ordine sparso.

Ora le Entrate precisano che la responsabilità solidale non si applica solo in edilizia (e questo era ovvio, anche se in molti hanno provato a circoscrivere questa bomba a orologeria). Chiariscono che le disposizioni si applicano ad appalti e subappalti, ma non al contratto d’opera: è già un passo in avanti, ma il problema è che non è facile nella pratica distinguere le due fattispecie. Interessante anche l’esplicita ammissione della necessità «di evitare interpretazioni di tipo estensivo». Ma sul problema fondamentale di cosa certificare, anche gli uomini di Befera sembrano alzare le mani, limitandosi a scrivere che con la certificazione «deve essere attestata la regolarità di tutti i versamenti relativi alle ritenute e all’Iva scaduti a tale data». Allora se l’appaltatore non emette fattura fino al momento del pagamento può disinteressarsi della responsabilità solidale? E in tutti gli altri casi nei quali i termini per i versamenti non sono ancora scaduti che succede?

Norme così assurde minano un bene primario quale la certezza e la ragionevolezza del diritto, mantenendo gli operatori economici nell’incertezza continua sui comportamenti corretti da tenere. E comunque alla continua mercè del verificatore di turno. Una pubblica amministrazione che non riesce a onorare i suoi debiti con le imprese (100 miliardi di arretrati) pretende di scaricare sulle stesse anche il lavoro di verifica di correttezza dei versamenti fiscali. Ma allora a cosa servono le enormi banche dati del fisco, l’abolizione del segreto bancario, l’obbligo di trasmettere in formato digitale decine di documenti?
Poi ci si stupisce che la gente voti in massa per Grillo.

da ItaliaOggi, 4 marzo 2013

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