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Futuro del manifatturiero. Quali strade per la cabina di regia di Industria 4.0

di Fabrizio Onida

Industria 4.0 non è solo sinonimo di digitalizzazione del sistema produttivo, dalla fabbrica-ufficio alla P.A., perché intende coprire l’intero arco delle attività che caratterizzano la “quarta rivoluzione industriale”, a sua volta succeduta alla terza rivoluzione dell’ultimo mezzo secolo basata su elettronica-computer-informatica. Nella quarta rivoluzione la parola chiave è diventata “interconnessione” tra persone, aziende, macchine, oggetti, organizzazioni collettive. Per l’Italia è un’occasione, forse irripetibile, per recuperare almeno in parte il ritardo di sviluppo tecnologico e organizzativo che da alcuni decenni caratterizza il Paese.

I temi caratterizzanti Industria 4.0 ricorrono in numerosi progetti di altri Paesi, tra l’altro richiamati nella recente indagine conoscitiva della X Commissione permamente della Camera: in Francia “Industrie du futur”, in Germania “Smart manufacturing for the future”, nel Regno Unito “High Value manufacturing catapult”, in Olanda “Smart Industry” e diversi altri ancora dentro e fuori Europa. Questi temi toccano competenze che l’Italia ha coltivato con successo (non da oggi), sia pure in scala ridotta rispetto ai giganti tedeschi, americani e giapponesi. Competenze e vantaggi competitivi che fanno intravedere sviluppi di produzione e domanda di manodopera qualificata, di cui oggi abbiamo particolare bisogno per rilanciare la crescita e ridare ai giovani e meno giovani fiducia in un futuro migliore. Solo per fare degli esempi, parliamo di automazione flessibile, robotica, sensoristica, optoelettronica, sistemi di comunicazione satellitare, nuovi materiali ecosensibili. Parliamo di imprese come Comau, Prima Industrie, STMicroelectronics, Alenia Spazio, Saes Getters, Datalogic e altre, a loro volta ricche di collaborazioni tecnologiche con centri di ricerca di eccellenza come alcuni Politecnici (Milano, Torino), Facoltà di Ingegneria (come Genova, Bologna, Trento, Napoli e Bari), Dipartimenti di Fisica-Chimica-Scienze e vari Istituti di ricerca pubblici (Cnr, Iit, Infn, Enea, S.Anna di Pisa, Sissa di Trieste e altri).

Ma quali strade intende battere la nuova Cabina di regia, che il prossimo 5 agosto il ministro Calenda ha annunciato di avviare, attingendo alle risorse finanziarie già stanziate nel Fondo rotativo (Fri) e da stanziare per l’orizzonte temporale 2016-2020 in appositi plafonds, con il concorso dei fondi regionali europei (Fesr, Fcs) e della Cassa Depositi e Prestiti?

Il goveno dovrebbe scegliere fra due alternative (spero la seconda):

a) mantenere inalterato il modello di distribuzione delle risorse a pioggia (con bandi o incentivi automatici), limitandosi a dare indicazioni di larga massima su grandi obiettivi orizzontali (spese di R&S, digitalizzazione, aggiornamento tecnologico degli impianti, assunzione di laureati-diplomati, formazione scuola-lavoro ecc.);

b) dedicare una quota significativa degli incentivi a ben delineati programmi comuni di ricerca pre-competitiva: programmi che prevedano dunque l’aggregarsi di più imprese ed enti intorno a progetti pluriennali di filiera (non di specifici settori merceologici), precedentemente istruiti e guidati da managers ed esperti esterni (sia pure sotto la sorveglianza di responsabili ministeriali), con procedure della massima semplicità, senza requisiti fidejussori o altro.

La prima strada accontenta i politici e i commentatori da sempre diffidenti verso forme di interferenza del governo rispetto alle “libere scelte del mercato” quanto a settori-comparti-nicchie tecnologiche in cui investire. Salvo poi riscontrare (con semplici esercizi econometrici come quelli condotti da ricercatori di Banca d’Italia e Istat) la assai dubbia efficacia di questa politica nel generare investimenti privati effettivamente aggiuntivi rispetto a quanto comunque le imprese non beneficiarie di sussidi pubblici decidono di investire.

La seconda strada parte dall’osservazione di quanto avviene intorno a noi e dall’analisi teorica più penetrante dei comportamenti imprenditoriali di fronte alle maggiori sfide poste dall’avanzamento delle frontiere tecnologiche e dall’evolversi dei fabbisogni di società avanzate. Senza un attivo ruolo “catalizzatore” o “fertilizzatore” dello Stato, gli imprenditori individuali, tanto più se di piccola e media dimensione, non affrontano i costi e i rischi di investimenti in ricerca esplorativa che solo in orizzonte incerto e spesso prolungato nel tempo possono produrre risultati economici e prospettive di profitto. Un ruolo attivo che, tra l’altro, alla lunga concorre a correggere il cronico “nanismo” delle imprese italiane a confronto con i maggiori concorrenti.

 da Il Sole 24 Ore del 02.08.2016

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