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Fra istituzioni e società. L’Italia silenziosa al servizio del Paese

di Alberto Quadrio Curzio

Il messaggio del presidente della Repubblica indirizzato agli italiani restituisce le giuste proporzioni agli eventi dell’anno passato e prefigura con lo stessa pacata compostezza l’anno 2018. Ciò non significa che si presenti una realtà tutta rosea e che si sottovalutino le difficili prove che ci attendono ma nel contempo si valorizza la capacità del nostro Paese di affrontarle come Comunità nazionale nell’Europa comunitaria ove la solidarietà creativa dovrebbe essere il motore dell’agire.

Tra i vari passaggi del messaggio del presidente Mattarella desideriamo sottolineare la parte conclusiva ove egli esprime la convinzione che l’Italia non sia «quasi preda del risentimento» bensì sia un Paese «in larga misura generoso e solidale». Il presidente declina questa affermazione specie con riferimento a coloro che alla fine dell’anno «non stanno festeggiando perché impegnati ad assolvere compiti e servizi essenziali per tutti noi: sulle strade, negli ospedali, nelle città, per garantire sicurezza, soccorso, informazione, sollievo dalla sofferenza». E poco prima nel suo messaggio, il presidente si riferisce alle tante professionalità impegnate nel servire la Repubblica nelle istituzioni in vari ruoli e gradi di responsabilità.

Bene ha fatto il presidente a richiamare il valore di queste persone spesso bistrattate e alle quali la pubblica opinione non riconosce quelle dignità di ruolo e professionali che concorrono alla solidità delle nostre istituzioni. Dai massimi livelli della dirigenza fino ai gradi più bassi del pubblico impiego, in organi dello Stato e nei livelli di Governo minori, dall’amministrazione, alla magistratura, alla sicurezza, alla difesa, alla diplomazia, alla scuola, alla università, alla sanità, bisognerebbe riconoscere che buona parte delle persone adempie ai propri doveri. La nostra impressione è invece che molta sia la superficialità con la quale in Italia si attacca genericamente la “burocrazia” e il clamore con il quale si indicano solo i casi devianti o quelli, non meno dannosi, di inefficienza. Ciò non consente all’opinione pubblica di apprezzare e quindi di dare un sostegno valoriale a quelli che sono nella maggioranza dei casi dei preparati pubblici dipendenti. La svalutazione della loro opera comporta anche quella delle istituzioni e della cosa pubblica in generale, crea reazioni burocratiche nelle quali vivacchiano gli incompetenti, allontana molti giovani preparati dall’intraprendere queste carriere di vita e di lavoro.

Nei 70 anni della Repubblica questi apparati hanno dato nel complesso molto all’Italia e sarebbe giusto riconoscerlo anche nella constatazione che un Paese, caratterizzato dalla media di quasi un Governo all’anno, sarebbe stato un disastro senza di loro e senza presidenti della Repubblica convinti che la politica è al servizio delle istituzioni. Spesso si dice che in Italia ci vuole un nuovo Rinascimento, epoca nella quale l’Italia diede al mondo arte, cultura e scienza. Bisognerebbe rivisitare di più anche il Risorgimento per apprezzare l’impegno di molte eccezionali personalità politiche, culturali e scientifiche nel costruire istituzioni statali efficienti anche in quanto supportate da pubblici dipendenti convinti e competenti di operare nell’interesse nazionale. Questa lungimiranza progettuale e realizzatrice si ripresentò con la nascita della Repubblica e con il contributo italiano alla costruzione delle istituzioni comunitarie espressione della Eurodemocrazia. Quella che pure oggi viene svalutata in Italia come “Euroburocrazia” alla quale, invece, altri Paesi danno enorme importanza cercando di collocare personalità di spicco in ruoli di alte responsabilità. Quelle alle quali anche italiani arrivano ma, ancora una volta, con fatiche ben maggiori rispetto ai loro meriti in quanto non supportati da una strategia politica di lungo periodo del nostro Paese in Europa. Cionostante l’Italia è migliore di come noi italiani la descriviamo.

da Il Sole 24 Ore del 04.01.2018

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