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Fondi pensione, un errore (grave) punire investitori e lavoratori

Funzionano come un “libretto di risparmio”. La stangata delle imposte

di Alberto Brambilla *

Eravamo ben impressionati da questo premier che pensa sempre ai giovani; facevamo il «tifo» per lui quando i media o i politici lo incalzavano chiedendo meno promesse e più fatti. Poi sono arrivati i «fatti» in materia di previdenza e Tfr nella legge di Stabilità e tutte le speranze riposte nel «nuovo corso» sono crollate. Ci siamo trovati di fronte ai soliti provvedimenti.

Anzitutto gli 11 miliardi di deficit aggiuntivo; panem et circenses tanto poi qualcuno pagherà il debito e quel qualcuno saranno sicuramente loro, i giovani a cui oggi diamo pochi spicci da spendere che poi dovranno restituire con interessi enormi. Successe così anche nel 1979 quando il rapporto tra stock di debito e Pil era all’incirca del 59% e in meno di 20 anni, abbiamo più che raddoppiato il debito. Pensate a quante cose oggi si potrebbero fare se anziché dover pagare circa 85 miliardi di interessi sul debito ne avessimo solo 70.

Peggio è la manovra sul Tfr, diseducativa, ingannevole e miope. Diseducativa perché anziché informare i giovani sulla loro posizione previdenziale e spiegare che occorre pensare al futuro, si spinge al consumo immediato. Crearsi un piano previdenziale è indispensabile per integrare la pensione pubblica ma è altrettanto indispensabile per far fronte a problemi di salute, della casa o spese impreviste ma anche per sopperire a momenti di inoccupazione. Infatti la legge prevede che l’iscritto ad un fondo pensione possa prelevare dalla sua posizione complessiva (Tfr, contributi e rendimenti) in qualsiasi momento fino al 75% per gravi motivi di salute per se e i suoi familiari; decorsi 8 anni di iscrizione fino al 75% per acquisto e ristrutturazione della casa per sé e per i figli e fino al 30% per qualsiasi altro motivo (istruzione, cambio mobili, auto ecc).

Non solo. In caso di disoccupazione fino a 48 mesi è possibile prelevare fino al 50% del montante complessivo e fino al 100% se la disoccupazione è maggiore dei 48 mesi. Come si vede il fondo è un «libretto di risparmio» che sopperisce a molte esigenze della vita; inoltre le somme prelevate possono essere reinvestite ed in questo caso si recuperano le tasse pagate.

La media dei Paesi Ocse presenta un rapporto tra patrimonio dei fondi pensione e Pil pari a 77%. L’Italia è a 7%. Ingannevole perché non dice la verità nemmeno sulle opzioni fiscali a disposizione dei lavoratori. Già oggi tutti possono volontariamente mettere il Tfr nei fondi pensione o lasciarlo in azienda. Se lo si investe nei fondi si pagherà una imposta sostitutiva tra il 15% e il 9% in base agli anni di iscrizione. Se lo lascio in azienda (tassazione separata) tra il 23% e il 27% per i redditi medio bassi. Se in busta paga sarà assoggettato alla aliquota marginale che va dal 23 al 45% più le addizionali Irpef comunali e regionali. Un bel danno per il lavoratore; un vantaggio per il Fisco e per giunta cash. Anche nel caso delle anticipazioni la tassazione va dal 9 al 15% per la salute e al 23% per le altre ipotesi.

Non si dice che per quelli che hanno iniziato a lavorare da gennaio 1996 non ci saranno più gli interventi assistenziali dello Stato poiché la legge ha cancellato le integrazioni al minimo e le maggiorazioni sociali di cui beneficiano oggi quasi la metà dei 16,5 milioni di pensionati. Chi farà fronte a questa autentica «bomba sociale»?

È miope perché disincentivando il risparmio previdenziale carica tutto sulle fragili gambe dello Stato che avrà sempre meno soldi per far fronte agli aumentati bisogni di uno stato sociale caratterizzato da un vistoso invecchiamento della popolazione.

Che dire poi della frase «io non aumenterò mai le tasse»? Risultato: la tassazione sul rendimento del Tfr in azienda passa dall’11,5% al 17%. Quella sui rendimenti dei contributi e del Tfr versati ai fondi pensione dall’11,5% al 20% e quella sui rendimenti dei contributi previdenziali delle Casse dei liberi professionisti (unico caso in Europa addirittura di doppia tassazione) dal 20 al 26%.

Tutto questo ha anche due risvolti negativi: a) «uccide» 20 anni di sforzi per portare il nostro Paese da un sistema di welfare state (tutto a carico della Stato) ad un welfare mix ; b) rompe il «patto di fiducia» tra i lavoratori e lo Stato e quindi mina pesantemente il «patto intergenerazionale» sul quale si basa il nostro sistema pensionistico.

Avevamo incentivato i lavoratori ad aderire ai fondi pensioni promettendo forti agevolazioni fiscali. Ora si cambiano in corsa le regole e i lavoratori non si fidano più. Chi garantisce loro che domani anche la tassazione agevolata delle prestazioni finali in capitale o rendita non verrà aumentata dall’attuale 9-15%?

Ma questa manovra è subdola perché se il lavoratore non perde il posto di lavoro non può uscire per legge dai fondi pensione e si dovrà prendere per intero l’aumento della tassazione che si tradurrà in almeno un 10% in meno di pensione e con più soldi in busta paga si perderanno tante agevolazioni (trasporti, coniuge a carico, asili nido ecc). Tutta questa complicazione per far avere a un lavoratore medio (con 1.500 euro di reddito lordo l’anno) meno di 80 euro al mese, creando forti problemi di liquidità alle imprese, soprattutto alle piccole (qual è la banca che rischia i soldi e costruisce la pratica per l’1,5% di interesse?) e prevedendo un fondo di garanzia costoso e complesso per le piccole e frazionate cifre in gioco, che era già fatto ed è stato eliminato dal duo Prodi Visco.

A parte il modo in cui è scritta la legge (incomprensibile, forse volutamente, e in burocratese), i contenuti sono davvero preoccupanti per il futuro del nostro Paese.

* Direttore Master Università Cattaneo – Castellanza

dal Corriere della Sera del 18.10.2014

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