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Fisco e crescita. Perché vanno ridotte le tasse sulle imprese

di Luca Ricolfi

Calerà l’Irpef nel 2017? Verrà mantenuto l’impegno di ridurre l’Ires sulle imprese da 27,5 al 24 per cento? O la volontà di “mettere più soldi nelle tasche delle famiglie” peserà sulle spalle delle imprese, con un annacquamento della riduzione dell’Ires? A leggere le dichiarazioni governative delle ultime settimane, piene di distinguo, precisazioni, cautele, ipotesi, una sola cosa appare chiara: nulla è stato deciso, o se è stato deciso qualcosa si è anche deciso di non dirci che cosa è stato deciso (perdonate lo scioglilingua).

Eppure, se davvero si vuole che la locomotiva dell’economia italiana riparta, il nodo delle tasse è assolutamente cruciale. Lo è, innanzitutto, per il gap fiscale che, fin dal primo decennio del secolo, l’Italia ha accumulato rispetto ai Paesi europei a noi più comparabili: mentre in Francia, Spagna, Germania, Italia, Regno Unito la pressione fiscale complessiva calava (di circa 2 punti di Pil nei primi 10 anni del secolo), da noi è aumentata di circa un punto fino al 2011, ha fatto un balzo di 2 punti nel 2012 (sotto il governo di emergenza di Mario Monti), e lì è rimasta, sostanzialmente immobile, fra il 2012 e il 2015: era al 43,5% nel 2012, al 43,4% sotto Letta, al 43,3% sotto Renzi. Se vogliamo essere precisi alla seconda cifra decimale, fra l’annus horribilis di Monti (2012) e l’ultimo anno per cui si hanno dati ufficiali (il 2015 felix di Renzi) la diminuzione della pressione fiscale è stata dello 0,15%, ossia di 1 settimo di punto di Pil, una variazione al limite dell’errore statistico.

Ma, si dirà, l’Istat e l’Europa (Eurostat) non contabilizzano il bonus da 80 euro come riduzione della pressione fiscale, preferendo trattarlo come una spesa (come un bonus, appunto). Hanno le loro ragioni, naturalmente, ma supponiamo per un attimo che abbiano torto e rifacciamo i conti come se il bonus fosse davvero una riduzione delle imposte: ebbene, la diminuzione della pressione fiscale fra il 2013 (governo Letta) e il 2015 risulta comunque modestissima: circa 0,7 punti di Pil (dal 43,4 al 42,7%) in due anni.

Due anni nei quali sono state annunciate lenzuolate di riduzioni fiscali, dal bonus da 80 euro all’Irap, dalla decontribuzione per i neoassunti all’abolizione della tassa sulla prima casa. Evidentemente, molto di quanto è stato dato con la mano destra è stato sottratto con la mano sinistra, sotto forma di aumenti di innumerevoli tributi e balzelli meno visibili e, soprattutto, meno odiati. Con questo non voglio dire che alcune o molte delle riduzioni degli ultimi anni siano state inutili, perché la struttura del carico fiscale è anch’essa importante, e la struttura attuale è, a mio parere, di gran lunga preferibile a quella precedente. Il punto, però, è che l’entità del sollievo concesso all’economia italiana è quella che è: fatto 100 quel che pagavamo nel 2013, ora paghiamo 99, forse 98,7. Siamo sempre, ahimè, nell’impero dei decimali.

Se dalla pressione fiscale generale passiamo a quella sulle imprese il quadro si fa ancora più inquietante. Non perché si sia fatto troppo poco (decontribuzione e alleggerimento dell’Irap un po’ di ossigeno l’hanno pur dato), ma perché non sembra esservi la consapevolezza di quanto drammatica sia la situazione di chi produce (o meglio tenta di produrre) ricchezza. Se di tale situazione vi fosse consapevolezza l’intervento sull’Ires sarebbe già stato fatto, e meno che mai – non avendolo ancora fatto – vi sarebbero dubbi sulla sua priorità rispetto all’intervento sull’Irpef.

Perché l’intervento sull’Ires (e sull’Irap) è così importante?

Perché, mi viene da rispondere, è la storia degli ultimi 20 anni che lo richiede. È da 20 anni esatti, ossia dal 1996, che la quota del valore aggiunto destinata al lavoro è in aumento, mentre quella destinata ai profitti, comunque la si calcoli, è in diminuzione. Ed è da altrettanto tempo che la tassazione totale sulle imprese (il cosiddetto Ttr, o Total tax rate) in Italia è fra le più alte del mondo sviluppato. Secondo l’ultimo rapporto Banca Mondiale-PwC non esiste, in Europa, un Paese nel quale la quota del profitto commerciale sottratta da tasse e contributi sia alta come in Italia. Siamo al 64,8%, contro il 25,9% dell’Irlanda, il 28,8% della Svizzera, il 32% del Regno Unito, il 48,8% della Germania, il 50% della Spagna. Persino la Francia, a dispetto del suo gigantesco apparato pubblico, sottrae meno risorse alle imprese (62,7% contro il nostro 64,8%). Per non parlare dei Paesi scandinavi, da sempre dipinti come patria delle tasse, che però hanno l’accortezza di non infierire sulle fonti della ricchezza: in Svezia il Total Tax Rate è al 49,1%, in Finlandia e in Norvegia è addirittura sotto il 40 per cento. Se teniamo conto di questi dati, quel che stupisce non è che vi sia stata, negli ultimi anni in Italia, una riduzione degli investimenti, ma che sia stata molto meno drastica della riduzione dei margini di profitto, e che essa non abbia impedito alle imprese italiane di esportare e competere sui mercati internazionali. Ecco perché la riduzione delle imposte che gravano sui produttori di ricchezza (Ires e Irap innanzitutto) è prioritaria.

Conosco, naturalmente, l’obiezione che immancabilmente si fa strada a questo punto del discorso: le famiglie hanno bisogno di ossigeno; anche le imprese sono ben felici se i consumatori hanno più soldi da spendere; dobbiamo rilanciare la domanda interna; bisogna sostenere il potere di acquisto; eccetera. E, dietro l’obiezione, come spesso accade, c’è la politica, ovvero la ricerca del consenso, che si consegue di più facendo qualcosa per le famiglie (che sono tante e votano) che facendo qualcosa per le imprese.Questa obiezione, tuttavia, non fa i conti con due dati di fondo. Il primo è che l’Italia, visto lo stato dei suoi conti pubblici, non può permettersi di “sostenere la domanda interna” facendo ulteriore debito. E, sarà banale sottolinearlo, ma l’unico modo di sostenere la domanda interna senza fare debito è produrre di più, con maggiori investimenti e più posti di lavoro: obiettivi che è impossibile raggiungere se chi produce, oltre alla immane e ben nota montagna degli ostacoli burocratici, deve fronteggiare un prelievo fiscale che non ha eguali né in Europa, né in nessun altro Paese del mondo sviluppato.

Ma c’è anche un secondo dato, strettamente connesso al primo, che suggerisce che la strada da percorrere non sia quella di un sostegno diretto al reddito delle famiglie. Il dato è che il potere d’acquisto del salario orario, grazie ai prezzi fermi, è in modesta ma costante ascesa da circa 3 anni. Con prezzi immobili o in discesa, anche piccoli aumenti dei salari nominali si traducono in altrettanti aumenti dei salari reali, e in un’ulteriore erosione dei margini delle imprese. Un trend che è confermato dall’indagine mensile sui bilanci familiari, che da circa due anni segnala, fortunatamente, un calo del numero delle famiglie in difficoltà, ossia costrette a fare debiti o attingere alle riserve per arrivare alla fine del mese.

Attenzione, però. Il fatto che, anche grazie alla mini-ripresa e agli interventi di questi anni, le famiglie stiano un po’ meglio di un paio di anni fa, non significa che il problema del reddito delle famiglie non esista, ma solo che non sta nel livello del salario orario bensì nel numero di posti di lavoro. Un’occhiata alle serie storiche del salario orario (in termini reali) e dei posti di lavoro mostra in modo molto nitido che quel che si è perduto, in questi 10 anni di crisi, non è il potere di acquisto di un’ora di lavoro (che anzi è, oggi, superiore a quello del 2008) ma è il numero di persone che quell’ora di lavoro riescono a conquistarsela. E questo è vero, innanzitutto, per le famiglie di italiani. La crisi, fra il 2008 e il 2013, ha distrutto circa 1 milione e 200 mila posti di lavoro, ma gli italiani ne hanno persi molti di più: quel milione e 200 mila posti di lavoro andati in fumo è il saldo fra un cospicuo aumento dei posti di lavoro degli stranieri (circa +700 mila) e un crollo di quelli degli italiani (quasi 2 milioni di posti di lavoro in meno). E infatti la serie storica dei bilanci delle famiglie rivela che esse stanno meglio di due anni fa, ma sensibilmente peggio che negli anni 90 o nei primi anni 2000.

Ecco perché, a mio parere, dobbiamo augurarci che la stagione dei piccoli aggiustamenti, che da vent’anni guida la politica economica italiana (e il relativo dibattito pubblico), lasci il posto a un approccio più coraggioso. È una catena ovvia, ma a suo modo inesorabile. Se vogliamo aiutare le famiglie senza fare debito e senza distruggere il tessuto produttivo del Paese l’unica strada è un cospicuo aumento del tasso di occupazione (fra i più bassi dell’Occidente). Ma per aumentare il numero di occupati, e farlo con posti veri (efficienti e di qualità), non basta qualche decimale di crescita in più, quel che occorre è restare stabilmente al di sopra del 2% per almeno un decennio. E per fare questo, di nuovo, non basta qualche decimale di riduzione della pressione fiscale, ma occorre molto di più. Occorre niente meno che una vera rivoluzione fiscale. O, se preferite, la fine dell’impero dei decimali

 da Il sole 24 Ore del 22.06.2016

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