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Export innovativo. Il nuovo made in Italy

di Marco Fortis

Il Governo Renzi ha di fronte a sé non solo gli impegni delle riforme, ma anche un’occasione storica per rilanciare il sistema manifatturiero ed attrarre investimenti nel nostro Paese perché l’industria italiana è oggi profondamente rinnovata e dispone di un mix vincente di prodotti che può offrire sui mercati internazionali, in particolare ai Paesi emergenti.

Un mix che spazia dai tradizionali beni di lusso e di qualità per la persona e la casa alle tecnologie più avanzate. Il “Rinascimento industriale” non deve essere solo uno slogan ma un modo di concepire una moderna strategia tecnologica-manifatturiera per l’Italia.

Bisogna prima di tutto credere in noi stessi e buttare alle ortiche tutti gli stereotipi che per anni ci hanno fatto credere di essere un Paese di serie B, persino nell’industria. A cominciare dall’idea infondata di una nostra presunta “specializzazione sbagliata”.

Di “sbagliata” in realtà c’è stata solo la diagnosi, su cui continua testardamente ed erroneamente ad insistere la Commissione Europea per spiegare la bassa crescita economica dell’Italia, sia prima sia durante l’attuale crisi. L’export italiano, secondo Olli Rehn, è ancora troppo orientato su tessile e calzature per andar bene e ciò rallenterebbe il nostro PIL.

A parte il fatto che non c’è niente di male a produrre, come fa l’Italia, moda, mobili, prodotti alimentari e vini di qualità, tutti beni che il mondo desidera, viene da chiedersi se la Commissione UE si sia accorta che dal 2010 al 2013 la bilancia commerciale italiana è passata da un passivo di 30 miliardi di euro ad un attivo di 30 miliardi. Questo straordinario progresso di ben 60 miliardi, il più forte in valore assoluto tra i Paesi europei, Germania inclusa, è stato determinato da una crescita dell’export di 52 miliardi e da un calo dell’import di 8.

E poi, come può essere “male specializzato” un Paese come l’Italia che ha la quinta bilancia commerciale attiva del mondo esclusa l’energia, dopo Cina, Germania, Corea del Sud e Giappone? Infatti, secondo le ultime stime dell’Osservatorio Fondazione Edison-GEA, nel 2013 l’Italia ha fatto registrare un surplus con l’estero esclusi i minerali energetici e i loro derivati pari a 111 miliardi di dollari, ormai non lontano dai 147 miliardi del Giappone.

Ma soprattutto è sorprendente che la Commissione Europea non si sia ancora accorta che l’Italia non è più quella di 20 anni fa, quando nel 1994 moda e mobili rappresentavano effettivamente i tre quarti del nostro surplus manifatturiero con l’estero e c’era ancora la lira che ci aiutava con le svalutazioni competitive. Adesso c’è l’euro forte eppure il nostro export funziona e i beni “tradizionali” pesano ormai solo per meno di un terzo nel nostro attivo, la cui restante parte è invece fatta di meccanica, mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli, farmaci, cosmetici, prodotti chimici di nicchia.

Sicché, senza che ciò debba essere visto come una diminutio dei beni tipici del made in Italy – che restano dei capisaldi – bisogna sapere e far sapere a Bruxelles che l’export italiano di meccanica rispetto a 20 anni fa è oggi in valore quasi il doppio di quello del tessile-abbigliamento-pelli-calzature, così come l’export di medicinali è più del doppio di quello di mobili e quello di mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli ha anch’esso sorpassato quello di piastrelle e marmi.

In particolare, grande peso hanno assunto nella nostra specializzazione i beni cosiddetti “medium tech”, come ha sottolineato in un suo saggio il presidente di Assolombarda Gianfelice Rocca (“Riaccendere i motori”, Marsilio). Ad esempio la meccanica, settore in cui il nostro Paese vanta il terzo surplus con l’estero del mondo dopo Germania e Giappone, pari nel 2013 a 49 miliardi di euro.

Per questa ragione è estremamente importante il potenziamento della nuova Sabatini preannunciato dal ministro dello Sviluppo Federica Guidi. Non solo. L’Italia deve battersi affinché possa essere avviata in Europa una politica di rottamazione dei macchinari industriali più vecchi che non solo renderebbe più competitive le imprese ma assicurerebbe anche risparmi energetici, un rilancio degli investimenti ed una ricaduta enorme sul nostro export.

Il nuovo made in Italy però non è fatto solo di meccanica. C’è anche lo straordinario successo dell’export italiano di farmaci confezionati, cresciuto dal 2010 al 2013 di 6,8 miliardi di dollari, il più forte incremento al mondo.

Un successo assicurato dalle nostre multinazionali “tascabili” del settore ma anche dai numerosi investimenti di multinazionali straniere che, come ha messo in evidenza l’Ufficio Studi di Farmindustria, hanno reso province come Latina, Milano, Frosinone, Bari ed altre delle assolute protagoniste della farmaceutica a livello internazionale. Il treno in questo caso corre in modo esattamente opposto a quello delle lavastoviglie la cui produzione italiana purtroppo rischia di finire in Polonia e Turchia. Nella farmaceutica invece abbiamo ottimi siti produttivi e una manodopera qualificata a buon costo: due fattori vincenti che vanno valorizzati. Perciò il Governo non deve perdere l’occasione di poter far diventare il nostro Paese l’hub farmaceutico dell’Europa rendendo più attraenti gli investimenti delle multinazionali straniere che stanno razionalizzando e concentrando i loro insediamenti.

 da il Sole 24 Ore del 30.03.2014

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