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Efficienza necessaria. Le banche, i fallimenti e i ritardi della giustizia

Bisogna rendere trasparente il funzionamento e i risultati dei tribunali fallimentari. Solo così i nostri istituti di credito potranno finalmente dare una mano per far ripartire seriamente il Pil

di Roger Abravanel

L’anno scorso Matteo Renzi ha avviato una sacrosanta riforma delle banche popolari, togliendo quella regola del voto «Capitario»( un’azione conta come 1000) che ha permesso a queste banche di autogovernarsi in modo malsano per anni.

Quest’anno si sta affrontando un problema ben più grave, perché influenza tutte le banche , anche quelle più grandi: i crediti «deteriorati» che non riescono a smaltire.

È un problema enorme. Dal 2007 ad oggi sono quadruplicati e valgono 360 miliardi, più o meno quanto in Germania, Francia, Regno Unito messi assieme. Come sostiene il Fondo monetario internazionale in un recente rapporto, questa montagna di crediti frena l’economia perché tiene bloccato il capitale delle banche: l’Fmi stima che se venissero smaltiti genererebbero 60 miliardi di nuovi prestiti.

Perché si accumulano? Perché i due meccanismi di recupero dei crediti che si usano all’estero , la liquidazione della azienda o la sua ristrutturazione per rilanciarla ( i cosiddetti «concordati»),da noi sono lentissimi e non funzionano. Spesso si perde tempo per ristrutturare un’azienda che dovrebbe essere subito liquidata, ma alla fine le aziende che vengono rilanciate sono pochissime; falliscono perché gli stessi imprenditori che le hanno guidate fino ad allora non hanno le capacità di salvarle o di capire che c’è ben poco da salvare.

I ritardi nel processo fallimentare e nelle ristrutturazioni sono un grande costo perché i fondi privati specializzati che all’estero comprano questi crediti a uno certo sconto dalle banche , da noi sono obbligati a richiedere sconti maggiori perché ci mettono troppo tempo a liquidare la azienda e incassare le garanzie.

Dal canto loro, i banchieri non se la sentono di fare fallire le aziende perché devono prendere subito delle perdite e magari ricevere una causa civile: meglio aspettare rinnovando il credito e sperare che quando dopo 8 anni l’ azienda fallirà non avranno alcuna responsabilità.

Peraltro anche le banche italiane non sono immuni da critiche, come lo sono state le banche anglosassoni durante la crisi: management autoreferenziale, rapporti con il territorio che una volta erano il fiore all’occhiello della finanza italiana e che oggi rivelano molte ombre.

Come se ne esce? Sicuramente non solo mettendo in galera quei banchieri disonesti che riempiono le pagine della nostra cronaca economica di questi mesi. Iniziative come Atlante che , seguendo i modelli internazionali, cerca di lanciare un mercato privato dei crediti deteriorati, sicuramente aiuteranno . Ma non basteranno se non si affrontano le ragioni di fondo per cui non si riescono a smaltire.

Si parte da un problema di cultura che tende a criminalizzare i fallimenti molto più che all’estero e consente molto potere a lobby formidabili che proteggono tutti gli imprenditori , quelli onesti e sfortunati (e ce ne sono tanti) ma anche quelli disonesti (e ce ne sono tanti). Poi c’è sempre l’italico ipergarantismo che si mette sempre dalla parte dei più deboli , ma offre spunti per attività dilatorie a vantaggio dei soli furbi.

Cambiare le leggi (riforme al diritto fallimentare e norme bancarie) in passato ha fatto poco per cambiare questa cultura, perché ,come sempre da noi il problema non è quello di fare nuove leggi , ma il fare rispettare quelle esistenti (e poi modificarle con l’aiuto della società civile e delle imprese).

Il principale responsabile? Una giustizia civile poco efficiente , trasparente e senza le giuste competenze, in primis nel luogo dove si decidono gran parte dei destini dei fallimenti e dei concordati: i tribunali fallimentari. La media nazionale dei tempi di un fallimento è di 8 anni che però è una media tra i 4 anni a Mantova, Rovigo, Trieste e(5.5 a Torino e Milano )e i 15 anni a Rieti,Grosseto,Siracusa. Quindi ce ne sono di buoni e di pessimi , esattamente come nei 140 tribunali civili, cosa ampiamente documentata sulle pagine di questo quotidiano(anche ieri).

Nei peggiori tribunali,oltre a una grande burocrazia ,si vive tutti i giorni il sottobosco malsano che spesso deriva dalla commistione e l’intreccio di interessi che a volte esiste tra giudici fallimentari , commissari giudiziari,curatori, avvocati e altri professionisti che in più di una occasione hanno utilizzato la lunghezza dei procedimenti per lucrare su incarichi interminabili.Poi si osserva una gestione del processo poco trasparente e troppo spesso affidata a professionisti con un focus legale e notarile poco sensibile ai tempi — fino a poco tempo fa più durava la causa fallimentare è più guadagnavano.

C’è poi un problema di fondo in quasi tutte quelle procedure «concordatarie» che dovrebbero permettere alle parti — creditori e debitori — di mettersi d’accordo su un piano di rilancio dell’ azienda (quasi sempre una media azienda): ai commissari manca quasi sempre la necessaria conoscenza del mondo delle imprese e alla fine l’unico che ha una idea dell’ azienda è l’imprenditore che la ha fatta fallire. Curatori del calibro di Enrico Bondi e Mario Resca (nominati dal governo e non da un giudice) che hanno permesso a Parmalat e a Cirio di sopravvivere, non sono oggi disponibili per le piccole-medie aziende,anche perché i fondi specializzati sulle ristrutturazioni da noi nascono con difficoltà.

Come si comincia? Nominando come presidenti dei tribunali persone di grande spessore, dato che si è dimostrato ampiamente che la performance dei tribunali dipende essenzialmente dal presidente che li guida. E rendendo trasparente il loro funzionamento e risultati.

Solo così il nostro sistema bancario potrà finalmente dare una mano a fare ripartire seriamente il Pil.

Dal Corriere della Sera del 18.04.2016

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