News

Letture e approfondimenti per imprenditori (e non solo).

0

Due velocità. Le colpe (sempre) altrui e la fiducia che manca nell’Europa degli alibi

di Lorenzo Bini Smaghi

Dialogo Solo un’azione concertata può risolvere le divergenze tra le economie Ue. Ma ogni Paese tende a vedere una sola parte dei problemi. E così risorgono i populismi

Se «una immagine vale più di 1.000 parole», quella nel grafico qui a destra aiuta a capire gran parte dei problemi che attanagliano l’Europa. L’andamento divergente tra le principali economie, in particolare quella italiana e tedesca, spiega la diversità di vedute e la difficoltà di cooperare tra i Paesi membri, mettendo a repentaglio la sostenibilità dell’euro. Da un lato, i dati mostrano come l’economia tedesca si sia ripresa egregiamente dopo la crisi, addirittura meglio di quella americana. Il reddito medio è tornato sopra quello del 2008, la disoccupazione è scesa su minimi storici e il debito pubblico è in calo. Ciò spiega perché, da un punto di vista tedesco, i problemi dell’area dell’euro vengono considerati principalmente come l’effetto della perdita di competitività e dell’eccesso di debito pubblico e privato accumulato dai Paesi meno performanti, che sono cresciuti di meno in questi anni, in particolare l’Italia. In questa prospettiva, l’unica soluzione per ridurre le divergenze è che questi Paesi mettano in atto profonde riforme strutturali e proseguano il risanamento dei conti pubblici. Non servirebbero politiche espansive in Germania, dove c’è già piena occupazione. Dal punto di vista opposto, gli squilibri dell’eurozona nascono, e sono accentuati, da un eccesso di risparmio rispetto agli investimenti da parte della Germania e di altri Paesi in surplus esterno, che produce pressioni deflazionistiche sul resto dell’area e rende più difficile l’aggiustamento. Inoltre, la crisi ha provocato una frammentazione dei mercati dei capitali, che inasprisce le condizioni finanziarie e impone un risanamento troppo veloce delle finanze pubbliche, con effetti recessivi. Ciò spiega perché in Italia, e in altri Paesi periferici, si ritiene che le divergenze europee non possano essere corrette senza una politica di rilancio della domanda interna tedesca, in particolare con maggiori investimenti pubblici e consumi, e una impostazione più espansiva della politica monetaria. Entrambi i punti di vista, pur essendo parziali, sono corretti. Rappresentano le due facce di una stessa medaglia. Solo un’azione concertata, capace di affrontare i due aspetti del problema, può risolvere in modo sostenibile le divergenze ed evitare un’implosione dell’unione monetaria. Ma il concerto non è possibile se non c’è fiducia tra le autorità nazionali, e con quelle europee, fiducia che viene continuamente minata dalle accuse reciproche e dalla mancanza di leadership. Per ricostruire la fiducia ciascuna parte deve sforzarsi di capire le ragioni dell’altra. Da parte italiana, e di altri Stati come la Francia, è necessario capire che non si può chiedere ai Paesi in surplus di effettuare politiche di rilancio della domanda se non si danno prima segnali concreti di attuazione delle tanto annunciate riforme strutturali. Non si possono pretendere misure straordinarie di espansione monetaria se non si danno in cambio forti rassicurazioni sulla disciplina di bilancio e sulla solvibilità del debito. Dal lato tedesco, e dei Paesi creditori, invece, bisogna capire che l’aggiustamento di bilancio e l’attuazione delle riforme strutturali sono molto più difficili, se non impossibili, da realizzare in un contesto di bassa inflazione o di quasi deflazione. Il motivo principale per cui i tassi d’interesse sono bassi non è che la politica monetaria è troppo accomodante, come viene rimproverato dai media e dall’opinione pubblica tedesca, bensì l’eccesso di risparmio accumulato nell’eurozona. E se non ci sarà una ripresa dei consumi e degli investimenti i tassi continueranno a calare, con un danno per tutti i risparmiatori. Il dialogo in Europa non è facile perché in ciascun Paese si tende a vedere solo una parte del problema e si casca facilmente nella tentazione di dare la colpa agli altri. I governi, eletti e responsabili di fronte alle rispettive opinioni pubbliche, non hanno l’incentivo a contraddirle e usano spesso l’Europa come capro espiatorio. Le istituzioni europee, che dovrebbero avere una visione d’insieme e fare proposte costruttive, tendono spesso a riprodurre le divisioni tra Paesi. Chi avrebbe il tempo per riflettere e creare le basi per il dialogo, latita o trova più facile cavalcare posizioni estreme. Non c’è da meravigliarsi se in un tale contesto risorgono i populismi e i nazionalismi. E non c’è nemmeno da meravigliarsi se la colpa di tale deriva viene data all’Europa.

dal Corriere della Sera del 14.11.2014

© 2013 Studio Ragazzo-Pescari Professionisti Associati - All rights reserved. P.iva 01224480473