News

Letture e approfondimenti per imprenditori (e non solo).

0

Dove va il lavoro nell’economia digitale

Anche in tema di occupazione, le sfide del mercato globalizzato non devono rappresentare atteggiamenti di retroguardia, bensì aprire una finestra sul futuro.

di Alessandro Pescari

Da più parti si levano ricette diverse e critiche anche aspre per la regolamentazione del lavoro, per tentare di ridurre il precariato e l’altissima disoccupazione giovanile e per creare maggiori opportunità di lavoro stabile, cancellando finanche alcune disposizioni recentemente introdotte dal Jobs act.

Senza entrare nel merito di questioni meramente politiche, l’aspetto che lascia maggiormente attoniti è che ancora oggi la nostra classe dirigente non si renda pienamente conto del cambiamento epocale che stiamo vivendo.

Sappiamo benissimo che il lavoro non si crea per legge; tantomeno lo si può sostenere o incentivare per settori o specializzazioni in cui il mercato non lo recepisce più. È da qui che occorre partire per comprendere il fenomeno digitale che sta disarticolando qualsiasi attività.

Del resto, anche Albert Einstein sosteneva che “la crisi è la più grande benedizione per le persone e le Nazioni, perchè la crisi porta progressi. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sè stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza.

L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perchè senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla” (tratto da “Il mondo come io lo vedo”, 1931).

Ebbene, lo scenario che si pone oggi a ogni lavoratore (dipendente o indipendente, professionista o imprenditore) è se investire in competenze adattive al mercato e quindi al futuro, oppure se continuare a fare quello che è stato sempre fatto. Solo guardandosi attorno è facile rilevare che le specializzazioni che avranno maggiore possibilità di affermarsi, nel futuro a breve, saranno quelle che integreranno a ogni livello un quid di “digitale” che rappresenterà al tempo stesso la leva del cambiamento, se non il riposizionamento di ogni business unit, come di qualsiasi individuo.

Di conseguenza, sono da accogliere favorevolmente tutte quelle azioni che tendono a sensibilizzare sia le imprese, sia i lavoratori in genere (in particolare i giovani) per una formazione che si inserisca a pieno titolo nell’era dell’impresa 4.0, ossia nell’economia digitale.

Questi alcuni esempi che possono contribuire al cambiamento e alla valorizzazione degli addetti (I 4.0): competence center, digital innovation hub, punti impresa digitale.

Del resto, i grandi player dell’economia e tra questi Apple e Cisco hanno già investito nel nostro Paese per “l’ecosistema dell’innovazione”.

È, quindi, condivisibile l’atteggiamento di chi, anche in autorevole sede istituzionale, si è recentemente espresso in senso favorevole verso il futuro dell’innovazione, al quale dobbiamo guardare “con fiducia, come a un’opportunità e una possibilità, non come una minaccia da cui tenersi al riparo. Sarebbe un errore micidiale”.

da Ratio Mattino del 21.03.2018

© 2013 | 2017 Studio Ragazzo-Pescari Professionisti Associati - All rights reserved. P.iva 01224480473