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Dopo il documento di Via XX Settembre. Se il futuro non è più quello di una volta

di Giacomo Vaciago

Il futuro non è più quello di una volta. Lo vediamo ogni giorno, dai problemi delle banche (dovendo – anzitutto i loro azionisti – scegliere quali meritino di essere salvate, e già questa una vera “rivoluzione”) ai successi delle nostre industrie (che i migliori del mondo stanno cercando di comprare, ed i loro azionisti devono scegliere quale sia l’esito migliore: restino italiane oppure crescano in Italia). Fatichiamo ancor oggi a farlo capire a Bruxelles, che ha le mani legate da un passato da cui è difficile uscire. Anche perché solo a fatica riusciamo a capire quanto radicale sia stato il cambiamento (lo chiamiamo “crisi”!) che si è verificato negli ultimi dieci anni – in Italia, come nel resto dell’Eurozona – in seguito a due radicali cambiamenti: un’economia sempre più “globale”, ed un cambiamento stimolato da una vera e propria “rivoluzione tecnologica “ che consente – o meglio rende conveniente – la “crescita altrove” delle nostre migliori aziende. Di tutto ciò, è apparso finalmente consapevole il nostro Governo, come dimostrato da varie parti delle nove pagine pubblicate da via XX Settembre, cioè dal Ministero dell’Economia, guidato dal Ministro Pier Carlo Padoan. Capire cosa sia successo in questi anni è condizione indispensabile – seppure non sufficiente – per trarne beneficio, ed evitarne le conseguenze negative.

Ne sottolineo tre – a suo tempo già considerate dagli studi fatti sulle passate “rivoluzioni tecnologiche”, che in qualche modo assomigliano a quanto (non solo in Italia ) si è verificato in questi anni.

1) Un’aumentata varianza tra chi ha i benefici e chi paga i costi di una vera e propria rivoluzione del modo di produrre, sia beni nuovi sia beni tradizionali. Da un punto di vista sociale, la cosa è molto importante perché abbiamo – assieme – “nuovi ricchi” e “nuovi poveri”, e quindi la necessità di politiche di welfare molto diverse da quelle tradizionali. Inoltre, abbiamo assieme sia nuovi disoccupati sia posti vacanti che si fatica a conciliare, e quindi la necessità di regole di funzionamento del mercato del lavoro assai diverse da quelle che anni fa erano state considerate come conquiste della classe lavoratrice.

2) Un’accentuata obsolescenza dello stock di capitale fisico installato e del corrispondente capitale umano. Senza una straordinaria accumulazione di nuovo capitale – cioè senza massicci investimenti, in ambedue i campi (fisico e umano), tra loro connessi – i guadagni di produttività che la rivoluzione tecnologica promette restano appunto solo promesse. Aumenta così il divario tra chi cresce e chi si limita (con un po’ di invidia…) a vedere la crescita altrui. Diciamo che la crescita ce l’ha solo “chi se la merita”, e può trarne beneficio nel paese d’origine o in altro paese – se quest’ultimo è più “attraente”.

3) Una ribadita complementarità tra gli aspetti micro – legati alla “trasformazione” del sistema economico – e gli aspetti macro – collegati alla crescita, corrente e attesa , della domande effettiva (nel senso ben spiegato da Keynes nel 1936). L’innovazione tecnologica non si manifesta , se l’unica cosa che aumenta è la disoccupazione, come si è da noi verificato negli ultimi anni. E certo non è la recessione-da-austerità il modo con cui ci si prepara ad una maggior crescita.

Tutte queste riflessioni, che sono approfondite nelle nove pagine che via XX Settembre ha appena pubblicato, ovviamente non valgono solo per l’Italia, ma per l’intera area che è integrata da un punto di vista macroeconomico (stessa moneta, e quindi macroeconomia già molto simile). Sarà impossibile riuscire a curarne i problemi, se anzitutto non comprendiamo quanto essi già hanno di comune.

 da Il Sole 24 Ore del 08.03.2016

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