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Crescita e sostenibilità. Se l’economia genera benessere non solo materiale

di Leonardo Becchetti

La frontiera della ricerca economica da tempo sta spingendosi oltre i limiti angusti di una visione di persona, impresa e valore che non solo non ci aiutano a interpretare correttamente la realtà, ma sono anche controproducenti per le aspirazioni di cittadini, imprese e istituzioni.

Il premio Nobel per l’Economia Amartya Sen ama definire l’homo oeconomicus (colui che fa coincidere la propria felicità con la crescita delle proprie dotazioni monetarie) come un «folle razionale» o un «idiota sociale». Non si tratta di insulti a buon mercato, ma di definizioni scientifiche. La vita è fatta di dilemmi sociali (quelli catturati dagli schemi teorici del dilemma del prigioniero e del gioco della fiducia). Dobbiamo costruire famiglie, imprese, organizzazioni (unioni di stati come in Europa) con partner di cui non possiamo calcolare in anticipo le mosse in un’area grigia non coperta da norme legali e sanzioni. La fiducia può creare cooperazione e moltiplicare la nostra capacità di fare, ma è un rischio. E viene spesso paralizzata dalla paura di abuso della controparte.

Fiducia, reciprocità, lungimiranza diventano dunque virtù fondamentali che l’homo oeconomicus non possiede. In economia, insomma, esistono due sole operazioni: “uno con uno” che fa tre, ovvero la cooperazione tra persone e stati che crea valore aggiunto che non si sarebbe creato in caso di azione isolata; e “uno contro uno” che fa meno di due, come quando una guerra commerciale fa calare le aspettative di crescita del Pil mondiale. L’economia “civile” oggi cerca di capire in che modo questo “di più”di collaborazione e generatività umana, sociale ed economica può essere creato e alimentato e non inibito.

Il “di più” d’impresa verso cui l’economia del futuro sta muovendo è il superamento del massimo profitto come obiettivo unico. «Senza una motivazione alta che guarda anche a impatto sociale e ambientale, nessuna azienda può prosperare perché rischia di entrare in conflitto con i principali portatori d’interesse (lavoratori, clienti, comunità locali)». Non sono le parole di papa Francesco, ma di Larry Fink, il fondatore e Ceo di BlackRock, il maggiore fondo d’investimento mondiale che gestisce circa 6mila miliardi di dollari. BlackRock ha iniziato a votare col proprio portafoglio per le aziende più ambiziose che guardano all’impatto oltre che al profitto non per altruismo, ma perché pensa che fare il contrario esporrebbe i soldi dei suoi clienti a rischi non trascurabili (Ilva di Taranto docet).

La spinta di una nuova generazione di imprenditori verso la responsabilità sociale e ambientale nasce dunque anche da motivi di convenienza, ma non solo. I milioni di dati contenuti negli studi sulle determinanti della felicità insegnano che esiste una componente principale che la spiega e si chiama generatività. Siamo soddisfatti della nostra vita e la stessa è ricca di senso se siamo generativi, se quello che siamo e facciamo lo riteniamo utile e d’impatto per uno solo o per tanti altri nostri simili. L’idea di generatività stravolgerà anche la nostra concezione di valore e di benessere. Che continuerà a poggiare sulla crescita economica che resta condizione necessaria (ma che deve essere sempre più legata alla sostenibilità ambientale), ma non sufficiente. L’individuo che vive nel Paese più civile del mondo e che ha reddito, salute e istruzione, ma resta tutto il giorno buttato sul divano non è felice perché non è generativo. L’ultimo miglio della felicità, dopo che le condizioni di contorno ci hanno aiutato, passa per la nostra “messa in moto” che ci trasforma in compagni, genitori, imprenditori, volontari, professionisti, filantropi.

L’economia che verrà, per essere generativa, deve rivoluzionare anche il concetto di politica. In società complesse come le nostre, le soluzioni non possono arrivare dal binomio della mano invisibile del mercato e di quella visibile dei leader illuminati. Ma passano necessariamente anche dalla terza e quarta mano della cittadinanza attiva e delle imprese responsabili. Gli organismi sociali, proprio come quelli umani, sopportano terapie che curano e fanno crescere solo se gli anticorpi sono abbastanza forti. L’economia civile che racconteremo al festival avrà come protagonisti i pionieri di questo futuro e questi temi chiave su cui si gioca il nostro destino.

 da Il Sole 24 Ore del 29.03.2019

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