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Con pochi soci nessuna crescita

L’ANALISI
Soli al timone? Non c’è crescita
di Angelo Busani

Il bilancio, sui dati delle Camere di commercio, di dieci anni di Riforma Vietti, traduce in cruda rappresentazione numerica il sentimento quotidiano di tutti coloro che operano nel “mondo societario”, e cioè anzitutto che:
- la Spa è una tipologia sempre più “residuale” (l’1,7% del totale delle società italiane);
- i sistemi alternativi di governance della Spa non hanno trovato terreno fertile in Italia e restano un’opzione assolutamente marginale (essendo attivati solo nello 0,6% dei casi).

Si tratta di due esiti che prevedibili già nel 2003/2004, quando la Riforma del diritto societario emetteva i suoi primi vagiti: non era infatti difficile anticipare, da un lato, che, stante la ristrettissima compagine sociale della maggior parte delle società italiane, la forma della spa era ingiustificata in moltissimi casi. Nemmeno era difficile, d’altro lato, prevedere che non avrebbe avuto alcun successo il trapianto nel codice civile italiano di sistemi di amministrazione e controllo privi di tradizione nel nostro ordinamento e carichi di presupposti culturali che a noi non appartengono: ancor oggi, invero, ci si sta chiedendo a cosa ef fettivamente servano il monistico e il dualistico e in quali contesti essi si candidino quali sistemi “migliori” rispetto a quello tradizionale, articolato su assembla dei soci, consiglio di amministrazione e collegio sindacale. Ma il dato più eloquente della ricerca sulla «Corporate Italia» è senz’altro quello relativo alla considerazione che il 68% delle Spa e il 93% delle Srl non hanno più di 5 soci (e che non hanno più di tre soci il 48% delle Spa e l’8o% delle Srl). Infatti, se combiniamo il fatto che il sistema capitalistico italiano è caratterizzato dalla accennata stragrande maggioranza di srl con il fatto che il 68% delle spa non ha più di 5 soci (e che quindi, in sostanza, si tratta di srl vestite con “l’abito della festa”), ottenia mo un quadro evidente del nanismo dell’imprenditoria italiana e cioè di uno dei principali fattori della crisi economica in cui siamo precipitati, per non essere stati in grado di fronteggiare a tempo debito, per mancanza di adeguato dimensionamento delle imprese, la globabilizzazione e la concorrenza a livello internazionale. Su questo il Governo dovrebbe ragionare per predisporre politiche adeguate. Piccolo è bello, senz’altro, ma solo se il prodotto è di nicchia (o territorialmente caratterizzato) oppure se il commercio non è globale. Ma se la produzione è replicabile altrove e sul mercato c’è trasparenza di informazioni e non ci sono difficoltà di spostamento di materie prime e prodotti, non c’è dub bio che l’impresa nana sia destinata, prima o poi, a una triste irrimediabile decadenza. Nanismo significa inoltre incapacità dell’impresa di porsi quale soggetto plausibile per ottenere finanziamenti bancari (a conferma di ciò la ricerca da atto, senza offrire numeri, che i titoli di debito sono stati probabilmente usati da un numero di Srl non molto superiore alle dita di una mano); significa incapacità di dotarsi di un apparato manageriale che oggettivizzi l’impresa rispetto ai suoi soci; significa che, non rendendo le loro imprese autonome rispetto ad essi, i soci condannano le loro imprese a non essere vendibili e a non essere continuabili dai loro eredi. Insomma, al loro fallimento.

da Il Sole 24 Ore, 7 luglio 2013

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