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Commenti. Serve un riformismo radicale per rendere inclusiva la crescita

di Mario Calderini e Stefano Micelli

Il nuovo conflitto sociale, ha scritto Guido Tabellini sulle pagine del Foglio una decina di giorni fa, mette a confronto chi dispone dei mezzi economici e le competenze per affrontare la globalizzazione e chi dalla globalizzazione è sopraffatto. Se ci ostiniamo a guardare la politica e la società con gli occhi del Novecento non andiamo lontano: la contrapposizione fra capitale e lavoro spiega poco le tensioni sociali ed economiche di questi anni e fa ancora più fatica a spiegare i fenomeni politici che da queste tensioni derivano. Per contro, ragionando sull’opposizione fra sommersi e salvati dalla globalizzazione si coglie il senso della protesta dei gilet gialli nel centro di Parigi, la logica che ha spinto i Brexiteer a votare contro l’Europa e, con buona approssimazione, le ragioni del successo del sovranismo in versione italiana.

La riflessione di Tabellini ha avuto antecedenti interessanti nel dibattito economico. Tyler Cowen, qualche anno fa, ha ragionato sull’evoluzione delle caratteristiche del mercato del lavoro prefigurando la regola del 10%: secondo l’economista della George Mason University, l’accelerazione impressa dall’innovazione tecnologica in un mercato globale avrebbe privilegiato un 10% della popolazione capace di sfruttare strumenti e conoscenze per gestire contesti sempre più competitivi. Agli altri sarebbero toccate occupazioni marginali, poco stabili e poco pagate. Nonostante il rischio di tensioni generato dalle difficoltà di una classe media sempre più povera e dalla sensibile riduzione della mobilità sociale, Cowen non prefigurava un aumento del conflitto sociale perché immaginava una netta separazione spaziale fra chi intendeva intraprendere la strada del 10%, magari in grandi metropoli come New York e San Francisco, e il resto della popolazione, confinata in una provincia senza qualità.

Oggi sappiamo che le previsioni formulate da Cowen erano corrette solo in parte. La classe media declina in modo visibile (sul tema proprio questo giornale si è cimentato nei giorni scorsi) mentre il conflitto sociale aumenta. Questo perché qualcuno ha capito di poter trarre enormi benefici, almeno sul piano strettamente politico, dal connettere grazie ai social network soggetti altrimenti isolati facendo leva su paure diffuse (anche giustificate) e su altre pulsioni elementari. È la storia che raccontano gli articoli di Carole Cadwalladr sul Guardian e l’Observer a proposito del ruolo di Facebook e dei social network sul voto di Brexit e su molte altre vicenda della politica europea.

Come disinnescare un conflitto che ha origini strutturali? La proposta di Tabellini e di altri economisti italiani è quella di continuare a scommettere sulla parte di Italia che funziona facendo in modo che ciò che cresce, anche se faticosamente, continui a trovare la sua strada. Questa linea è stata la cifra distintiva del governo fino a un anno fa. Il voto popolare del marzo 2018 ha dato altre indicazioni. Oggi il pensiero riformista non può limitarsi a evocare il progresso sperando che il welfare che abbiamo ereditato dal Novecento possa mettere ordine nei complicati processi di distribuzione delle opportunità e dalla ricchezza. Quello che accade nel nostro Paese (analogamente a quanto accade in altri Paesi sviluppati) è la prova che la crescita guidata dal 10% ha in sé elementi naturalmente degenerativi. È una crescita che esclude. È uno sviluppo che toglie senso e passione alla vita dei più.

Una riflessione riformista ha bisogno oggi di un surplus di radicalità. Deve porre in maniera esplicita l’obiettivo di saldare innovazione, crescita e inclusione sociale. Insieme e intenzionalmente. Non ex post. Ma ex ante. La storia di questi ultimi vent’anni ci insegna che non basta una qualunque ricetta di crescita genericamente basata su tecnologia, innovazione ed eccellenza per definire traiettorie di sviluppo sostenibili. Chi progetta la crescita deve progettare, allo stesso tempo, il contrasto alle diseguaglianze facendo leva proprio su conoscenza, ricerca e tecnologia.

Negli ultimi anni il pensiero riformista ha guardato alla formazione come lo strumento principale per garantire una crescita inclusiva. Pensare in termini radicali significa promuovere un progetto che ripensi la scuola e l’università grazie a una leva di startup e di progetti tecnologicamente all’avanguardia che si pongano l’obiettivo esplicito di favorire i percorsi di apprendimento dei cittadini fino ai settanta anni. È necessario investire su strumenti e processi innovativi che aiutino i giovani a orientarsi verso il primo impiego e che offrano una chance a chi vuole rinnovarsi lungo il corso della propria vita professionale.

Per quanto importante, la formazione non può esaurire l’agenda di un riformismo radicale. Pensiamo al lavoro. Se l’automazione più aggressiva esclude il contributo dell’uomo, incentiviamo una robotica collaborativa capace di dare valore alla tradizione manifatturiera italiana. Se quel che rimane di imprenditoriale in molti territori sono solo le grandi reti del saper fare e del sociale, immaginiamo una terza missione degli Atenei e dei centri di innovazione per far crescere una nuova generazione di imprese locali capaci di crescere e competere su queste premesse. Se la fuga dei cervelli tende a ridurre la provincia a semplice periferia immaginiamo un servizio civile che incentivi a ritornare coloro che se ne sono andati, almeno per periodi temporanei. Se prendiamo sul serio il tema dell’invecchiamento della popolazione, lanciamo un cantiere nazionale sull’imprenditorialità legata al futuro del terzo settore. Se osserviamo formule innovative nel modo di fare impresa e finanza (ad esempio le B-corp) creiamo le condizioni per accelerare lungo questa direzione.

Il riformismo dei prossimi dieci anni non si potrà limitare a proporre qualche aggiustamento al margine. È urgente esplorare con immaginazione e con altrettanta determinazione l’intersezione tra innovazione e inclusione sociale per promuovere un futuro effettivamente sostenibile. È questa la radicalità di cui abbiamo bisogno.

Politecnico di Milano,

Università Ca’ Foscari di Venezia

 da Il Sole 24 Ore del 18.05.2019

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