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Commenti. Per riavvicinare i cittadini all’UE servono più efficienza e crescita

di Carlo Ferro

La stanchezza e i dubbi con cui ci avviciniamo al 26 maggio contrastano con l’entusiasmo e le prospettive con cui nel giugno 1979 votammo per la prima volta per l’elezione del Parlamento europeo a suffragio universale. Non è solo una questione politico-culturale fra nuovi sovranismi e Brexit. Ci sono cause profonde legate al funzionamento dell’Unione europea e alla sue ricadute economico-sociali. Bastano tre dati a riassumerle.

1 Il Pil della zona Ue negli ultimi 3 anni è cresciuto del 2,1%, poco più della metà rispetto al +3,6% del triennio precedente il 1979;

2 L’allargamento del numero dei Paesi partecipanti e le differenze strutturali delle loro economie risulta nell’ampliamento dei gap: il Pil/pro capite del più ricco dei nove Paesi nel 1979 era 3,5 volte quello del meno ricco; fra i 28 Paesi di oggi questo differenziale è 12x;

3 Il budget di spesa delle organizzazioni della Ue ammonta a 148 miliardi di euro e, in ragione dei due punti precedenti, non tutti i cittadini ne percepiscono il ritorno.

Una nuova passione per l’Europa, fondata nella visione dei padri fondatori, non può pertanto prescindere da una politica industriale di crescita e da un’euro-struttura efficiente.

Al di là del fondamentale ruolo giocato dalla politica monetaria della Bce nella difesa dei mercati finanziari, è mancata in quest’ultima legislatura – dopo il focus sulle key enabling technologies della precedente – una leadership di politica industriale verso una stagione di crescita e occupazione. Siamo in ritardo nella trasformazione verso la “industria smart e circolare” a fronte delle evoluzioni dei consumi e dei processi produttivi indotte dai due megatrend di inizio secolo:

l’economia circolare, per rispondere a una nuova generazione di consumatori millenial per cui l’ambiente è finalmente un bene da proteggere e non più una risorsa da consumare;

le tecnologie digitali che trasformano i modelli di business, facendo leva sulla rete grazie all’infinita capacità di immagazzinare dati nel cloud e velocità nel processarli da parte di super-computer, fattori che si traducono nell’intelligenza artificiale.

La prossima Commissione dovrà farsi carico di sviluppare le Catene del valore strategiche per l’Europa industriale di domani e l’industria europea ne ha già individuato le priorità:

la sostituzione delle materie plastiche, le batterie, la propulsione a idrogeno, i processi low carbon, se si guarda all’economia circolare;

veicoli connessi e autonomi, Internet delle cose, scienze della vita e smart-medicina, se si guarda alla smart economy;

microelettronica, infrastruttura 5G, intelligenza artificiale e cybersecurity, se si guarda alle tecnologie abilitanti.

È ora importante che la prossima Commissione risponda con misure capaci di incentivare la ricerca e la prima industrializzazione, superando l’antico tabù che ha finora impedito in Europa ogni forma di supporto all’industrializzazione, quando ogni altro blocco geoeconomico (non solo Cina e Corea ma anche Stati Uniti e Giappone) finanzia con fondi pubblici le fabbriche tecnologicamente più avanzate.

L’economia europea ha bisogno di questa svolta di politica industriale, così come ha bisogno di un piano Marshall per le infrastrutture.

Con una burocrazia di circa 43mila persone, basterà una nuova leadership politica? In azienda si preferiscono strutture agili, perché troppe persone di infrastruttura non solo generano extra costi ma, superata una certa soglia, creano ulteriori diseconomie rallentando le decisioni e la loro attuazione. A Bruxelles si sono superate entrambe queste soglie. Quando una macchina è difficile da ricalibrare, quando la ruggine richiede di sostituire gli ingranaggi piuttosto che oliarli, allora arriva la stagione di decisioni importanti. Cambiare regole e strutture nei santuari di Bruxelles e Strasburgo? Redistribuire gli uffici della Commissione nei Paesi membri senza creare duplicazioni? Una nuova generazione di eurotecnici fuori dalla torre di avorio reagirebbe più rapidamente alle urgenze dei territori?

Tutto questo non è solo un problema di economia. È la sfida per rigenerare l’adesione, l’entusiasmo, la passione dei cittadini verso l’Unione europea, per tornare allo spirito del 1979. Solo la percezione di tutti, ma soprattutto dei giovani, che l’Unione europea è funzionale a migliorare la vita di tutti i giorni terrà l’Europa unita in una visione che vada oltre la data del 26 maggio.

Membro Forum strategico Ipcei 

della Commissione europea 

Presidente Agenzia Ice

da Il Sole 24 Ore del 27.04.2019

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