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Commenti. Per creare nuova occupazione servono servizi per l’impiego 4.0

di Carlo Carboni

Il fiume del cambiamento del mondo del lavoro corre tra due sponde: “lavorista” e populista. C’è chi pensa che occorra più lavoro in funzione di sviluppo e crescita e chi è per politiche passive, dall’aura assistenziale, come il reddito di cittadinanza (Rdc). Su una riva ci sono quanti ritengono che il lavoro sia la prospettiva sociale dell’uomo anche nel XXI secolo, in particolare, il nuovo lavoro 4.0. Il lavoro sta cambiando e non scomparendo: se diminuisse, occorrerebbe redistribuirlo per la sua funzione di socializzazione. Le prospettive del lavoro si legano sia alle capacità di governance del mercato occupazionale che a una cultura imprenditoriale inclusiva. Sull’altra riva, c’è chi, come il M5S, ritiene il Rdc necessario perché non c’è lavoro per tutti. Se ce ne fosse ancor meno nel futuro, come farà tanta a gente a sopravvivere senza? Prepariamoci a risarcire i cittadini che non lavorano, con un Rdc.

Due approcci diversi, che però, al momento, non escludono alcuni punti di possibile dialogo nel breve. A esempio, il ministro Di Maio, per depotenziarne la veste assistenzialista, ha presentato il Rdc come sussidio “in attesa” di un inserimento nel lavoro. È una formula lontana da quella che incendiava le piazze dei meet up con la prospettiva della “decrescita felice”; una formula che ha reso possibile il compromesso con la Lega, tradizionalmente contraria al Rdc. Oggi forse la partita è più aperta, con uno spiraglio di comunicazione con l’altra sponda.

Inoltre, lavoristi e populisti concordano su una profonda riorganizzazione dei servizi per l’impiego, anche in funzione della flessibilità nell’uso del lavoro, oltre che per sedare il grave mismatch tra domanda e offerta di lavoro. Nei Paesi nord-continentali, la flexicurity è garantita proprio da una robusta rete di formazione e collocamento: ma spesa e quantità di operatori sono almeno 3 volte superiori che in Italia. La nostra rete pubblica del collocamento è tradizionalmente mediocre ed è ulteriormente scivolata sul piano inclinato del risicatissimo 3-4% degli assunti che, secondo Eurostat, ha trovato lavoro grazie ai Centri per l’impiego(Cpi). Solo il 25% tra coloro che cercano lavoro si rivolge al servizio pubblico (oltre i 50% in Francia, il 74% in Germania), ma diventano quasi il 40% se si tiene conto del servizio pubblico e privato.

Il contributo delle agenzie del lavoro, se non proprio all’altezza, è stato prezioso in questi anni, anche perché molti Cpi sono nel caos, soprattutto al Sud. La Sicilia, con quasi il 20% degli operatori nei Cpi italiani, è sospettata di aver creato un serbatoio d’occupazione clientelare a bassa istruzione. Tuttavia, mancano risorse umane con formazione adeguata e investimenti pubblici per rendere 4.0 l’intero servizio. Manca soprattutto efficienza e una sufficiente conoscenza e organizzazione di sistema. Che è un sistema misto, appesantito nella componente pubblica da una transizione senza fine degli operatori, dal ministero del Lavoro alle Province, ora alle Regioni, affiancate dal coordinamento Anpal, collettore delle politiche attive del lavoro. In assenza di un modello standard di Cpi, si rischia inoltre un policentrismo regionale caotico dei modelli di collocamento (tra i quali prende piede quello “agenziale”). Il sistema “misto” e partenariale appare infine poco sostenuto dagli altri operatori autorizzati, come le università, ancora poco influenti nel collocamento dei propri laureati.

Servizi per l’impiego 4.0. sono ovviamente un traguardo necessario che comporterebbe un miglioramento della gestione dati, dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, della formazione degli operatori, della occupabilità, della organizzazione delle politiche attive. Tutti obiettivi che consentirebbero alle imprese di trovare nei Cpi, non gusci vuoti – come non di rado accade oggi – ma dati organizzati e leggibili su quanti ricercano un lavoro: un cambio di mentalità in senso organizzativo e digitale degli operatori nella galassia dei servizi pubblici e privati per l’impiego. Una corretta gestione dei dati potrà orientare investimenti in formazione codificata e generativa, ma anche in creazione di nuova occupazione, soprattutto con un’azione di progettuale dei Cpi con gli stakeholder territoriali. Stiamo però parlando di una riforma dei servizi all’impiego in funzione di maggior occupazione e non di una misura passiva qual è il Rdc che, al contrario, è a rischio d’indurre comportamenti opportunistici e cinici dei soggetti interessati e nei meccanismi di collocamento. Solo un cambiamento organizzativo e tecnologico può indurre nuova cultura, strategia ed efficienza nei servizi di collocamento.

Ogni nuovo governo chiede tempo, si lamenta del lascito di quelli precedenti, prega di “lasciarlo lavorare”. L’opinione pubblica, lasciata nel vago, desidera però saperne di più. È il caso dei servizi all’impiego, un ingrediente rilevante per l’occupazione nel Paese. Anche perché c’è incertezza sull’altro fattore in grado di creare lavoro aggiuntivo: la crescita. Nonostante il Paese sia la seconda potenza industriale europea, non c’è una bozza di programma dell’esecutivo per lo sviluppo industriale. Se si vuole passare dal populismo al governo, si deve uscire dal generico, dire esplicitamente se l’investimento in servizi all’impiego è in funzione d’incremento occupazionale o per alimentare una politica, di per sé, passiva. Restiamo dell’idea che la partita sul lavoro in Italia si può vincere con politiche attive mirate, un’educazione all’altezza della società tecnologica, un’organizzazione 4.0 dei servizi per l’impiego e un irrobustimento della crescita economico-industriale. Una ricetta resa improba dai vincoli di bilancio e, al tempo stesso, complessa perché priva di scorciatoie e di risultati ottenibili in un sol colpo. Ma è la strada che dobbiamo cercare di percorrere se vogliamo cambiare.

da Il Sole 24 Ore del 13.07.2018

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