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Commenti. Incuria e insipienza allontanano l’industria italiana dall’economia

di Valerio Castronovo

C’è un filo rosso che rischia di sdrucirsi. Ed è il legame fra l’industria e l’economia italiana, che costituisce anche il collante fra la penisola e i Paesi più avanzati.

Eppure non sembra che la maggior parte della classe politica si preoccupi più di tanto di questo pericolo. E ciò, non già perché abbia fatto breccia, da noi, il teorema della “decrescita felice”, ma perché a certi tradizionali pregiudizi antimprenditoriali si è aggiunto negli ultimi tempi un circolo vizioso fra incuria e insipienza.

Sta di fatto che, dopo i pesanti contraccolpi della Grande crisi, è mancata una politica industriale con una traiettoria di medio periodo che fosse all’altezza delle ardue quanto ineludibili sfide della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica e tale quindi da porre le basi di uno sviluppo competitivo e sostenibile.

È vero che nel 2016 vide la luce un Piano Industria 4.0 per agevolare una maggior adozione dei robot e del digitale, in linea con i nuovi modi di lavorare e produrre del post-fordismo, mediante alcuni incentivi per l’acquisto e l’ammortamento di macchinari, un fondo di garanzia e un credito d’imposta. Tuttavia solo una parte dei 30 miliardi di flessibilità rispetto al Patto di stabilità e crescita riconosciuti all’Italia dalla Commissione europea furono, allora e successivamente, utilizzati per dare più forza e ossigeno, in termini di produttività, al sistema industriale; mentre una quota rilevante dei fondi europei di sviluppo e coesione territoriale non venne utilizzata, per ritardi burocratici, e il resto finì per essere disperso, per lo più, in progetti frammentari e di corto respiro.

D’altra parte, aveva cominciato a diffondersi trasversalmente in vari settori della nostra società l’idea che il mondo della fabbrica fosse ormai giunto pressoché all’epilogo, in procinto di essere rimpiazzato dalle prorompenti manifatture della Cina e di altri Paesi emergenti, e non valesse perciò la pena di impegnarsi a fondo per incentivare la crescita dimensionale delle aziende, implementare le economie di scala, aiutare le startup innovative a farsi le ossa, creare le condizioni più idonee per un passaggio dai distretti a filiere produttive e distributive nazionali e transnazionali, e orientare gli istituti scolastici e quindi i giovani verso un appropriato ciclo duale scuola-lavoro. Che era invece quanto stavano facendo, di concerto con le organizzazioni imprenditoriali, i governi dei nostri principali partner dell’Unione europea per assecondare un salto di qualità delle proprie economie industriali.

Insieme a una narrazione fuorviante quanto paradossale su un declino inevitabile di quella che costituisce tuttora la seconda potenza industriale europea, un altro grave genere di miopia concorse a far perdere di vista la portata e l’urgenza dei problemi strutturali da affrontare: ossia una campagna elettorale permanente e convulsa, alimentata dai movimenti nazional-populisti, protrattasi dal referendum sulla riforma costituzionale alle elezioni politiche del marzo 2018 e ancor dopo sino al recente voto europeo. E ciò proprio quando ci sarebbe voluta una politica dei fattori che avesse per assi portanti adeguati investimenti in infrastrutture, ricerca e innovazioni, risorse energetiche, formazione del capitale umano.

Il nuovo governo gialloverde ha seguitato a restare in stand by anche quando erano evidenti fin dallo scorso autunno i sintomi di un appannamento della congiuntura economica internazionale a causa della minaccia di una guerra commerciale fra Usa e Cina. Nell’illusione che il reddito di cittadinanza e le pensioni a quota 100 avrebbero dato luogo, nel giro di sei mesi, a una nuova brillante stagione, se non a un vero e proprio boom, l’esecutivo non ha perciò provveduto a impostare, in occasione della Legge di bilancio, una manovra anticiclica (a cominciare da un taglio del cuneo fiscale e da un organico programma di lavori pubblici finanziabile con fondi già disponibili) che rimettesse in moto la crescita e l’occupazione e assicurasse così meno debito e più inclusione sociale.

Oltretutto, alla mancanza di una seria ed efficace strategia corrispondente a una visione d’insieme del futuro del Paese, si aggiunse la tendenza, all’insegna di una concezione ideologica come quella della democrazia diretta, a restringere gli spazi istituzionali di rappresentanza e d’azione delle parti sociali e dei corpi intermedi. Frattanto si sono moltiplicate sia le smagliature del sistema produttivo (essendo giunti nell’ultimo anno a oltre 150 i tavoli delle crisi aziendali più vistose) sia le aree di emarginazione e frustrazione sociale. Per di più, a causa di una spinta sovranista ad andare allo scontro con l’Eurogruppo senza concrete prospettive, si rischia di rimanere intrappolati per anni in una procedura d’infrazione per debito eccessivo.

 da Il Sole 24 Ore del 15.06.2019

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