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Commenti. Imprese, perché la realtà è molto diversa dalla teoria

di Gianfilippo Cuneo

La realtà che si vive dentro le medie aziende italiane è molto diversa dalla narrazione che economisti e politici fanno delle cause della stagnazione del Pil. Conosco bene, in quanto investitore professionale di private equity, decine di aziende italiane che la crescita se la vanno a cercare nel mondo e dimostrano come molti luoghi comuni dell’economia siano diametralmente opposti alla realtà.

Prendiamo per esempio il grido d’allarme sull’aumento dello spread, che farebbe aumentare il costo del finanziamento delle imprese e quindi diminuire gli investimenti. Le imprese investono perché individuano delle opportunità di mercato, e lo fanno con un orizzonte temporale di 3-4 anni per “rientrare” dall’investimento ma molto più lungo da un punto di vista di dove localizzarlo in linea con una strategia aziendale che normalmente è internazionale; le attese di rendimento devono esser coerenti con i rischi e il costo del capitale, ma l’aumento dei tassi d’interesse di qualche punto percentuale normalmente non cambia la decisione di investire o meno, perché ne allunga semplicemente di qualche mese il payback. La presunta correlazione fra tassi di interesse e propensione all’investimento è una fantasia di economisti, sempre alla ricerca di facili correlazioni matematiche per pubblicare i propri paper o proporre ricette di politica economica.

Un’altra fantasia è quella che migliorando la fiscalità le imprese sarebbero incoraggiate a investire in Italia; dove localizzare gli investimenti, invece, è funzione di prossimità ai clienti e fornitori, costo e flessibilità del lavoro e dimensione aziendale. Per aziende relativamente piccole sarebbe giocoforza, per problemi logistici, continuare a investire vicino alla storica sede aziendale anche se la tassazione aumentasse; è sufficiente però che la dimensione aziendale superi la soglia dei circa 50 milioni di euro di fatturato e diventa conveniente e possibile delocalizzare in Romania o Serbia, considerare l’apertura di una base operativa negli Usa o a Dubai, e allontanarsi progressivamente dall’Italia, ma tali decisioni sono dettate da logiche operative, non fiscali. Per le imprese più grandi spostare la sede all’estero è una scelta logica, come dimostrano i casi Ferrero, Fiat/Chrysler, Lottomatica/Igt, EssilorLuxottica etc. A parità di risultati aziendali, un’azienda con sede in Germania o Gran Bretagna vale di più di un’azienda italiana che inevitabilmente subisce un impatto negativo dalla performance e immagine del nostro Paese; per un investitore professionale questa considerazione è molto importante. Fortunatamente ci sono alcune eccezioni, per esempio i settori della moda e design, dove l’italianità è un plus.

Le imprese italiane, inoltre, guardano con ironia i proclami relativi alla necessità di creare lavoro al Sud; ma quale impresa andrebbe mai a produrre lì? Non c’è un vantaggio di costo e flessibilità del lavoro comparabile a quello dei Paesi dell’Est, la catena logistica si allunga relativamente ai mercati di sbocco del Nord Europa e al baricentro dei fornitori, c’è la percezione di una diffusa illegalità, il personale è inamovibile, la giustizia è politicizzata etc. Inutile fare iniziative per attrarre investimenti al Sud; per scoraggiarli contano molto di più le vicende giudiziario/politiche che hanno bloccato l’Ilva, l’estrazione del petrolio in Val d’Agri, il Tap, il rigassificatore di Bari, etc. Inoltre, in tutto il mondo le aree periferiche, come il Nord della Svezia o il Sud dell’Italia, la Cina del Nord o Portorico, sono naturalmente predestinate alla deindustrializzazione e allo spopolamento, e non ci sono proclami o politiche nazionali che possano contrastare tale tendenza.

Dall’impossibilità pratica di investire al Sud e dal peso abnorme del settore pubblico deriva l’impossibilità che il Pil dell’Italia cresca; è comprensibile che i politici non vogliano guardare in faccia tale incontrovertibile realtà poiché dirlo equivale a non esser rieletti, ma le imprese lo sanno benissimo. Le circa 140mila imprese con fatturato fra i 10 e 50 milioni di euro che costituiscono il nucleo portante della forza industriale italiana e occupano 3,9 milioni di addetti, rappresentano solo il 12,5% del Pil (Rapporto Cerved Pmi 2017), percentuale che cresce fino al 20% circa includendo anche il valore aggiunto realizzato in Italia dalle imprese con fatturato superiore ai 50 milioni. Non si può caricare sulle spalle delle imprese l’onere di far crescere l’economia; in Italia ormai più del 50% del Pil è fatto di spesa pubblica, diretta o indiretta; ovviamente non si può finanziare un aumento del Pil continuando a far deficit, nell’illusione che si generi così uno stimolo virtuoso (stimolo a cosa, se non ci sono, soprattutto al Sud, le imprese che possono crescere?); il deficit come “droga” non è più consentito dalla dimensione enorme del nostro debito pubblico che è il più grande del mondo fra quelli denominati in una valuta non controllata dallo Stato emittente. Le imprese più avvedute partono dalla constatazione di non poter contare, per la crescita, di esser trainati dall’economia italiana, e quindi la crescita se la vanno a cercare nel mondo.

Un discorso a parte è quello dei titoli del debito pubblico; le imprese che hanno bisogno di impegnare la liquidità non li comprano di certo perché hanno ben chiaro il rischio di perdita di valore o persino di illiquidità collegato con qualche asta andata male. Lasciano quindi l’onere di sostenere il debito pubblico a soggetti obbligati da leggi o regolamenti come banche e fondi pensione.

Infine il tema dell’educazione finanziaria in Italia; le imprese quotate sono in genere contente che sia praticamente inesistente perché così chi vuole investire in borsa lo fa in Italia e non all’estero, come sarebbe logico. Fa sorridere l’idea che i politici o persino il governatore della Banca d’Italia critichino la mancanza di educazione finanziaria dei risparmiatori perché, se ci fosse davvero, il primo a farne le spese sarebbe proprio il debito pubblico italiano che può esser al massimo un investimento di “parcheggio temporaneo” della liquidità mentre la percezione diffusa e sbagliata è che sia uno strumento di risparmio di lungo periodo adatto alle famiglie.

L’unico “non problema” per le imprese è, sorpresa!, la burocrazia, che invece i politici additano come causa di molti mali; le imprese ormai hanno imparato a conviverci. Criticare la burocrazia, peraltro giustamente, ha solo l’effetto di un “mugugno” ma non impatta le decisioni di investimento; è un fastidio, come la presenza di zanzare che però non impedisce di andare in vacanza anche dove pullulano.

da Il Sole 24 Ore del 07.12.2018

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