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Commenti. Il sommerso che sfugge a economisti e Pil

di Carlo Carboni

Del lavoro nero non si sente più parlare in politica. Eppure gli ultimi dati Istat disponibili ci dicono che il lavoro irregolare ha generato un valore aggiunto che è cresciuto dai 71,5 miliardi del 2012 ai 77,4 del 2015. È anche aumentato il tasso di lavoratori irregolari (al 15,6% nel 2015). Se ne è parlato quando è stato prospettato un lavoro nero per quanti ricadranno nelle restrizioni volute per i contratti a termine. Eppure, tra i gap (di genere, generazionali, territoriali) di cui soffre il nostro Paese, economia sommersa e lavoro nero hanno un posto di primo piano. Sono indicatori di ritardo e di squilibrio socioeconomico di lunga data, a seguito di uno sviluppo del Paese tanto rapido quanto tardivo rispetto a Regno Unito, Francia e Germania. Ha lasciato dietro di sé fratture socioeconomiche prodotte dagli strappi con cui si è manifestato e dalle resistenze socioculturali dei territori, mai seriamente affrontate dalla politica, almeno negli ultimi 40 anni. Oltretutto, in presenza di riduzioni molecolari della disoccupazione giovanile, sarebbe opportuna qualche attenzione in più sul “sommerso”, in Italia a livelli record. Soprattutto, per mettere meglio a fuoco la questione della precarietà del lavoro, al cospetto della distinzione tra lavoro flessibile, da apprezzare, e lavoro nero, da condannare; ma anche per accertare se esista sovrapposizione/concorrenzialità tra i circa 4 milioni di lavoranti in nero, da un canto, e, dall’altro, i 3 milioni di disoccupati, più 2 milioni tra inattivi scoraggiati e occupati part-time che lavorano meno di quanto vorrebbero.

Tutto il lavoro nero è economia sommersa, ma la seconda non coincide con il primo, che ne è solo un capitolo. Il lavoro nero dà luogo, secondo l’Istat, al 5,2% del valore aggiunto nazionale. Tuttavia, il capitolo “sotto-dichiarazioni” raggiunge il 6,3% del valore aggiunto e il terzo capitolo – attività illegali e criminali – chiude nel peggiore dei modi il libro sull’economia “non osservata” dell’Istat.

Uno studio del Csc, pubblicato in piena crisi economica, evidenziava inoltre il carattere anticiclico dell’economia sommersa che in quel periodo raggiunse picchi ufficiali del 20% del Pil, con la conseguenza che la pressione fiscale reale sulle famiglie e imprese che pagano le tasse era aumentata di oltre 10 punti in più rispetto a quella ufficiale. In aggiunta, l’Istat sembra sottostimare il sommerso rispetto all’Fmi (almeno +7 punti per l’Italia) e a Friedrich Schneider, che ha passato una vita a studiare la shadow economy.

Il sommerso è come un sistema passante tra lavoro informale e formale tanto che in Italia il lavoro nero ha due grandi serbatoi da cui attingere. Il primo riguarda l’ampia platea di quanti non hanno un’occupazione. Disoccupati, lavoratori in Cig, pensionati, casalinghe, studenti: milioni di potenziali lavoratori in nero, anche a tempo pieno. Il secondo serbatoio riguarda quanti hanno già un’occupazione alle dipendenze e vogliono integrare reddito svolgendo un secondo lavoro. Che, in molti casi, è esplicitamente vietato, come nella Pa.

Consistenti differenze nella stima dell’entità dell’economia sommersa possono indurre diagnosi e politiche sbagliate, soprattutto se si trascura che una parte del lavoro nero nasce targato come tale (in particolare quello dei bioccupati). Questo tipo di sommerso è difficilmente trasformabile in nuova occupazione formale quando richiede competenze specifiche.

L’economia sommersa segnala uno scollamento tra economia e istituzioni, difficile da saldare con politiche di diretto contrasto al lavoro nero. Per gli economisti, cleavage come un consistente sommerso, sono manifestazioni inevitabili delle mancanze organizzative-imprenditoriali in Paesi second comer come l’Italia. Non a caso, fratture socioeconomiche, come sommerso, corruzione, sacche territoriali di povertà etc, sono ancora più marcate nei Paesi a più recente industrializzazione come India, Cina, Brasile e Russia.

Questa spiegazione dell’esuberante incidenza dell’economia sommersa e del lavoro nero in alcuni contesti piuttosto che in altri, suggerisce due riflessioni che possono essere forse di aiuto.

Innanzitutto, va preso atto che parte dell’economia sommersa e del lavoro nero è “frizionale” e all’incirca ineliminabile. Lo suggerisce la sua persistenza in Paesi europei first comer come Regno Unito o Germania, dove rimane un decimo o poco più del Pil. L’economia sommersa appare nelle sue dimensioni frizionali in Svizzera, dove il fenomeno non va oltre il 6% del Pil (mentre in Italia, nel 2017 è al 19,8%).

In secondo luogo, i processi di modernizzazione e razionalizzazione non hanno eliminato il sommerso neppure nei Paesi più sviluppati, perché essi si affermano per stratificazione – e non per completa sostituzione – dei meccanismi di regolazione socioeconomica. La postmodernità è un edificio i cui piani superiori sono guidati da superstrutture organizzative, economiche e finanziarie, dal fattore organizzativo e imprenditoriale, mentre, nei piani bassi, c’è la vita materiale e informale, le relazioni di scambio e di reciprocità tra gli individui, che mutano con urti e conversazioni tra tradizione e innovazione.

In conclusione, le politiche di contrasto al sommerso hanno chance limitate di cambiare la situazione, ma hanno diverse frecce a disposizione: controlli, punizioni, cashless economy, incentivi all’emersione o con istituti tipo i voucher che però sono visti come conduttori di precarietà. Forse, però, prima occorrerebbe una risposta chiara alla domanda: perché gran parte del lavoro nero nasce già targato come tale? Per poi chiedersi se sia meglio per lo Stato italiano annoverare un tasso di lavoro irregolare tra i più elevati tra i maggiori Paesi Ue o dover fare i conti con maggior lavoro regolare precario qualora si decidesse un contrasto più attento e selettivo al lavoro irregolare.

È un altro fronte nel raggio di governo del ministro Di Maio. La vera partita contro il sommerso – come per le altre grandi fratture “da ritardo”- non si gioca in campo strettamente economico, ma in quello etico-politico, che annovera capitoli, come il rafforzamento di una cultura organizzativa e tecnologica imprenditoriale, la tutela del lavoro, l’equità fiscale, etc. Se si vuole cambiare.

da Il Sole 24 Ore del 25.09.2018

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