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Commenti e inchieste. L’idea di Olivetti e la riluttanza italiana

Il dibattito. Dopo la proposta sulle fondazioni industriali

Permangono la precarietà della struttura del Paese e i rischi nati da mancanza di consolidamento

di Giuseppe Berta

Verso la fine degli anni Cinquanta, Adriano Olivetti studiò la possibilità di conferire all’assetto proprietario dell’azienda di famiglia la forma di una fondazione. Olivetti parlava esplicitamente di una “fondazione proprietaria”, in cui far confluire le azioni in possesso dei suoi familiari. A questo scopo diede il compito al responsabile del personale dell’azienda, l’avvocato Gian Antonio Brioschi, di mettere a punto uno schema giuridico che desse all’ipotesi olivettiana consistenza e fattibilità. Anche Olivetti guardava all’esperienza industriale tedesca, che Andrea Goldstein ha richiamato nel suo intervento sul Sole 24 Ore del 25 luglio: in specifico, aveva in mente il caso della Zeiss, che citava spesso.

Le ragioni per cui all’imprenditore e riformatore di Ivrea era congeniale la soluzione della fondazione proprietaria sono note. Da un lato, egli rifletteva da molto tempo, almeno dal periodo trascorso in Svizzera durante la seconda guerra mondiale, quando aveva scritto L’ordine politico delle comunità, a un modello d’impresa che non fosse rubricabile né all’interno del capitalismo né all’interno del socialismo. Un’impresa, cioè, che fosse sociale e pubblica senza appartenere allo Stato, in cui il metodo della ricerca dell’efficienza economica fosse coniugato con la salvaguardia degli interessi collettivi. Dall’altro lato, Olivetti era convinto che la forma della fondazione avrebbe potuto conciliare le tre componenti cui occorreva riconoscere titolo nella gestione dell’impresa, quelle della produzione (dirigenti e lavoratori), della cultura e della scienza, del territorio. Questi tre agenti costituivano per Olivetti gli stakeholders il cui ruolo andava istituzionalizzato nell’assetto proprietario.

Ovviamente c’era una forte componente utopistica nella visione di Olivetti che si ispirava a un federalismo integrale. Non di meno, operavano anche preoccupazioni concrete, dettate dal fatto che l’azione culturale e politica che aveva condotto grazie al suo Movimento Comunità aveva incontrato robuste resistenze all’interno della compagine degli azionisti della Olivetti. Non tutti i suoi congiunti avevano approvato le sortite di Adriano, specie quando avevano imboccato la via elettorale e amministrativa. Ergo la scelta della fondazione proprietaria poteva essere anche un modo per venire a capo e superare queste difficoltà.

In realtà, riletto alla distanza del tempo, il progetto olivettiano si presta anche a una diversa, più complessa interpretazione. Olivetti era acutamente consapevole delle peculiarità del cammino italiano verso lo sviluppo. È vero che era stato uno degli artefici determinanti dell’ibridazione del taylorismo e del fordismo in un contesto nazionale poco propizio e poco orientato in quella direzione, ma con un senso molto vigile del valore che aveva l’impresa di grandi dimensioni in Italia. Essa era necessaria come una sorta di condizione di base per l’accelerazione dello sviluppo industriale, ma senza che perciò dovesse prevaricare sulla natura profonda di un paese sorretto da un tessuto di imprese di piccole dimensioni. Di qui l’idea che per dare stabilità alla grande azienda e renderla accetta a una società incline a considerarla come una sorta di potenza estranea fosse opportuno agire sulla sua forma proprietaria, così da farla apparire come una sorta di bene pubblico.

Insomma, l’industrialismo olivettiano si preoccupava soprattutto di creare le condizioni in grado di assicurare, al medesimo tempo, la continuità della grande impresa e la sua missione entro la società italiana, autonomizzandola dalle oscillazioni e dai contrasti derivanti dai conflitti interni alla proprietà e dalle incursioni di forze esterne.

Ci sono ancora elementi di validità nel punto di vista di Adriano Olivetti? Probabilmente sì, nel momento in cui si analizzano le cause della precarietà della struttura industriale italiana e si colgono i rischi prodotti da una mancanza di consolidamento. Lo strumento della fondazione potrebbe essere utile come antidoto a queste minacce? Qui la risposta non può che essere molto più sfumata perché un istituto giuridico come la fondazione industriale, radicato in Germania, non lo è per nulla in Italia, un Paese da sempre riluttante ai processi di istituzionalizzazione. Sollevare tale questione rappresenta comunque una maniera per interrogarsi intorno al futuro di un’Italia industriale che deve ripensare i propri assetti.

da Il Sole 24 Ore del 01.08.2017

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