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Se manca una seria politica industriale

L’industria aspetta un «tweet»
di Marco Fortis

Nel convulso e confuso dopo elezioni, i partiti e i loro rappresentanti si scambiano ormai montagne di tweet tutti i giorni sui temi più diversi. Tuttavia, sarebbe utile che trovassero anche il tempo per inviarne alcuni, pochi ma molto chiari e precisi, alle imprese e ai lavoratori. Tweet che dicano più o meno così: “Non vi abbiamo dimenticato, sappiamo che il Paese attraversa una crisi economica tremenda”. E poi: “Siamo coscienti che ogni giorno il numero di disoccupati e di aziende che chiudono aumenta”.

E ancora: “Nonostante tra noi partiti non si vada d’accordo, cercheremo almeno sul fronte della recessione di trovare alcuni punti di intesa”. Ed infine: “Per contrastare la caduta della produzione sosterremo comunemente un pacchetto di misure di emergenza”.
Che l’intesa su un tale pacchetto di misure, pur nell’attuale contrastato quadro politico-istituzionale, sia assolutamente necessaria e auspicabile emerge in modo chiaro dai dati sul Pil che sono stati recentemente diffusi dall’Istat.

I dati dell’emergenza
Tra il 2008 e il 2012 sono andati persi 85,5 miliardi di euro di Pil a prezzi costanti 2005 (di cui 33,8 nel solo 2012). Poiché nello stesso periodo l’import si è ridotto di 39 miliardi, la malcapitata domanda interna (somma di consumi e investimenti privati e pubblici) è andata persino peggio del Pil: è diminuita in volume nel quadriennio di ben 107,8 miliardi (di cui 66,5 miliardi nel solo 2012).
In particolare, i consumi delle famiglie sono diminuiti di 36,4 miliardi, la spesa pubblica di 11 miliardi e gli investimenti fissi lordi addirittura di 60,2 miliardi. Un crollo generalizzato e spaventoso di tutte le componenti del mercato interno, che si è scaricato pressoché integralmente sulla produzione nazionale di beni e servizi, visto che nel frattempo l’export in termini reali nel 2012 è invece tornato praticamente ai livelli pre-crisi del 2008.
Per ciò che riguarda i settori produttivi, poi, chi ha pagato di più lo tsunami della domanda domestica, schiacciata nella morsa rigore-recessione, è stato paradossalmente il settore più forte dell’economia italiana, cioè l’industria. Quest’ultima resta il nostro fiore all’occhiello, visto che all’estero va benissimo, come dimostrano l’eccellente dinamica dell’export e i 1.215 prodotti in cui battiamo la Germania per saldo commerciale a livello mondiale. Ma la nostra manifattura e l’edilizia, loro malgrado, si son trovate di fronte a un mercato interno che sotto i colpi artificiali dell’austerità è sprofondato di colpo, generando un enorme eccesso di capacità produttiva e una non meno preoccupante fuoriuscita di lavoratori.

Sicché l’industria italiana ha visto sfumare in quattro anni 48,6 miliardi di valore aggiunto (che significa probabilmente un fatturato perduto stimabile tra i 200 e i 250 miliardi). A fronte di ciò i servizi, pur pesando nella nostra economia assai di più di manifatturiero ed edilizia, hanno lasciato sul campo tra il 2008 e il 2012 “solo” 20,7 miliardi e l’agricoltura 1,9 miliardi.
In sostanza, è chiaro che è soprattutto la macchina produttiva dell’industria, cioè quella che più genera ricchezza e indotto, ad aver subìto l’impatto maggiore del binomio letale rigore-recessione, come prova anche il fatto che essa ha contribuito da sola per il 75% alla perdita complessiva di unità di lavoro nel quadriennio di crisi. Il quadro disastroso dell’economia italiana si completa con una disoccupazione totale arrivata all’11,7% e quella giovanile al 38,7 per cento.

L’assenza della politica
Su questi numeri, purtroppo, girano ben pochi tweet in rete mentre le questioni del crollo del mercato interno, della produzione e della disoccupazione dovrebbero invece conquistare la priorità assoluta nell’attenzione di tutti. I partiti usciti dalle elezioni, incluso il MoVimento 5 Stelle, dovrebbero mettersi attorno a un tavolo per partorire rapidamente una strategia di pronto intervento a favore delle nostre imprese, pena il collasso economico dell’Italia non per incapacità delle stesse ma di chi, vecchio o nuovo che sia sulla scena parlamentare, dovrebbe delineare il quadro della nostra politica economica e rilanciare una seria politica industriale. Punti di partenza solidi per discutere ce ne sono, a cominciare dal Progetto Confindustria per l’Italia del 23 gennaio. Ma poi ci sono anche le proposte dei sindacati e le agende per l’economia presentate dai vari partiti in campagna elettorale.
Si provi a ragionare subito, ad esempio, su come chiedere urgentemente all’Unione europea, che sta lasciando molli le briglie su quasi tutti i Paesi in deficit (ad esempio per la Francia, la Spagna, il Belgio e, da ultimo, l’Olanda), almeno un minimo margine di manovra sui nostri conti pubblici (oggi tra i più in ordine) pari allo 0,5% del Pil per poter iniettare un po’ di slancio nella nostra economia. Si tratterebbe di “soli” 8 miliardi di deroga rispetto agli impegni che abbiamo assunto (molto male) in Europa.
Anche se li spendessimo tutti fino all’ultimo cent per rilanciare lo sviluppo, il nostro deficit/Pil rimarrebbe nel 2013 comunque sotto la soglia di Maastricht del 3% del Pil, che invece non sarà rispettata da altri importanti Paesi.

E se a ciò aggiungessimo anche l’eliminazione dell’Imu dalla prima casa delle famiglie meno abbienti, non peggioreremmo comunque di molto il nostro deficit. Resteremmo il Paese con l’avanzo statale primario/Pil migliore dell’Occidente dopo la Norvegia.
Un po’ tutti i partiti prima delle elezioni hanno proposto come misura “chiave” per il rilancio dell’economia il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione verso le imprese. Persino il più “rigorista” dei candidati, Mario Monti, ha prefigurato nel suo programma il pagamento di almeno 30 miliardi di debiti arretrati della Pa nel quinquennio di legislatura: si tratterebbe di 6 miliardi/anno.

I micro-interventi
Ebbene, si faccia subito perlomeno questo, per rimettere in circolo un po’ di liquidità. Su come poi impiegare i restanti 2 miliardi di margine di manovra fiscale che dovremmo rinegoziare con l’Ue basterebbe seguire l’elenco di microinterventi suggeriti da Confindustria, dalle associazioni produttive o dagli stessi partiti prima delle elezioni:
- riproposizione della legge Sabatini su base nazionale per rilanciare gli investimenti in macchinari;
- riduzione dei tempi di ammortamento degli investimenti in beni strumentali;
– credito d’imposta su ricerca e innovazione estesa ai prototipi e ai campionari di design;
- prolungamento al 2015 degli sgravi Irpef sulle ristrutturazioni edilizie estesi agli arredi;
- defiscalizzazione delle assunzioni di giovani;
- eliminazione dai vincoli del patto di stabilità interno dei proventi delle dismissioni di immobili e partecipazioni degli enti territoriali, se destinati ad opere pubbliche.
È certamente “poco” rispetto a ciò che si potrebbe fare se avessimo idealmente un governo forte e in sella, ma, nell’impossibilità di averne uno simile a breve termine, quel “poco” sarebbe già “molto” per riportare un po’ di fiducia nell’economia reale e ridare un minimo di orizzonte al nostro sistema produttivo.

da Il Sole 24 Ore, 7 marzo 2013

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