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Banche, quello che gli indicatori Bce non dicono

La solidità del sistema italiano sarebbe meglio rappresentata da parametri di valutazione più esaustivi

Incongruenza. I nostri Istituti hanno vissuto momenti difficili in Borsa. In realtà, i maggiori fattori di criticità si trovano all’estero

di Marco Fortis

La vigilanza unica europea dovrebbe elaborare una batteria di indicatori più esaustivi sui reali fattori di rischio delle banche. Reali fattori di rischio, che sono rappresentati, oltre che da una leva eccessiva, dai derivati e dai rischi di controparte derivanti dalla crescita delle intermediazioni con i Paesi emergenti (e non certo dai titoli del debito pubblico). Se la Bce facesse un simile fondamentale passo in avanti, sia il mercato sia i risparmiatori avrebbero un quadro più chiaro della solidità complessiva delle nostre banche rispetto ai loro competitor europei.

L’importanza di un tale intervento da parte della Vigilanza trova conferma in quanto sta accadendo sui mercati finanziari. La scorsa settimana il sistema bancario italiano ha vissuto un momento difficile in borsa anche per un affollarsi di voci poi rivelatesi inesatte e per una confusione informativa sui dati patrimoniali e finanziari dei nostri istituti non degna di un Paese avanzato come l’Italia.

Un problema di inadeguata comunicazione. Innanzitutto, è accaduto che un esercizio di routine della vigilanza unica europea per l’acquisizione di conoscenze sulle procedure di gestione dei crediti deteriorati (avente la forma di un questionario diffuso a varie banche in tutta Europa e non solo in Italia) è stato scambiato per una imminente richiesta di nuovi capitali alle banche italiane. Ipotesi poi smentita al più alto livello dallo stesso Presidente della Bce Mario Draghi.

Ma intanto, come ha stigmatizzato il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan, su Piazza Affari ha pesato «una gestione della comunicazione poco accorta della vigilanza della Bce». E in un clima già pesante sui mercati internazionali per la frenata dei Paesi emergenti e il crollo del petrolio, dopo i primi rilevanti ribassi in particolare di Banca Mps e Carige, l’intero comparto bancario italiano, inclusi istituti che hanno bilanci da far invidia in tutto il mondo, è rimasto contagiato da flessioni significative.

Come se non bastasse, è divampata una vera e propria psicosi collettiva sul problema dei crediti deteriorati delle banche italiane. Un problema certamente rilevante (soprattutto perché frena l’erogazione del credito) ma arcinoto da tempo a chi ha dimestichezza con l’economia e segue i mercati. È da almeno un anno, infatti, che si dibatte costantemente dell’alto livello dei non performing loans (NPLs) delle nostre banche ma questo non ha impedito alla Borsa di Milano di essere la “regina” del 2015.

Di colpo, invece, Piazza Affari è sembrata finire dall’altare alla polvere. E lo choc è stato forte, investendo in modo ampio l’opinione pubblica perché in economia il credito e il risparmio sono le basi della fiducia. Nella fattispecie, tante persone non esperte di finanza, cioè famiglie, pensionati, semplici risparmiatori (che nel 2011 avevano almeno avuto qualche settimana di tempo per familiarizzarsi con il minaccioso “spread”) questa volta sono state rapidamente raggiunte da uno tsunami inedito, fatto di nuovi concetti inquietanti come le sofferenze e gli incagli, proprio mentre stavano ancora cercando di digerire un altro recente boccone pesante come quello del bail in. Poiché l’intera vicenda è stata trattata spesso in modo pericolosamente approssimativo (dato che la solidità delle banche è un tema su cui non si può scherzare), tutto ciò ha riproposto un serio problema di ritardo di cultura finanziaria in Italia.

La questione mal posta dei crediti deteriorati. In questi frangenti, il rischio è che si diffonda a macchia d’olio un panico ingiustificato, per cui non si finisce mai di apprezzare abbastanza il serio e continuo contributo informativo del “Sole 24 Ore” che nei giorni scorsi ha immediatamente trattato nel modo più corretto la questione dei bad loans delle banche italiane. Innanzitutto spiegando come essi sono nati. Vale a dire non perché i nostri istituti abbiano sostenuto speculazioni finanziarie e immobiliari come invece hanno fatto le banche di molti altri Paesi con i mutui subprime e i titoli tossici. In quel caso le banche straniere (americane, inglesi, olandesi, irlandesi, spagnole, tedesche, ecc.) furono chiaramente “colpevoli” avendo deviato dal compito virtuoso di sostenere l’economia produttiva, ma non di meno sono state salvate ovunque con soldi pubblici. Viceversa, salvo casi limitati e ben individuati di banche mal gestite, il sistema italiano del credito ha sempre fatto sostanzialmente il suo mestiere, cioè prestare denaro a famiglie e imprese, le quali, tuttavia hanno sofferto sette lunghi anni di recessione e adesso in una certa percentuale non sono in grado di restituire i prestiti. Va aggiunto che durante la crisi il sistema bancario italiano non ha ricevuto aiuti dallo Stato se non in misura limitatissima, temporanea e senza oneri per le finanze pubbliche.

In secondo luogo, il “Sole 24 Ore” ha ben chiarito con dettagliate analisi come quella di Antonella Olivieri del 21 gennaio che i crediti deteriorati delle banche non possono essere misurati in termini “lordi” tout court. E che parimenti non si possono dare in pasto all’opinione pubblica con leggerezza cifre di centinaia di miliardi di euro relative a sofferenze e incagli senza spiegare di che cosa esattamente si sta parlando e senza informare la gente, nello stesso tempo, che i bad loans delle banche italiane sono più che controbilanciati da altrettante centinaia di miliardi di accantonamenti e garanzie reali (in principal modo immobiliari).

Dalle cifre ricostruite dal “Sole 24 Ore” risulta chiaramente che in base ai bilanci 2014 il tasso di copertura totale dei crediti deteriorati delle banche italiane quotate a Piazza affari è pari mediamente al 132%, sommando sia le coperture sia le garanzie reali. In particolare, a fronte di crediti deteriorati delle 7 banche analizzate per complessivi 247,6 miliardi lordi, risultano coperture complessive per ben 327 miliardi, di cui rettifiche a bilancio per 114 miliardi e garanzie reali per 213 miliardi. Purtroppo, gli indicatori tradizionalmente seguiti, inclusi quelli adottati dalla vigilanza unica europea, si focalizzano solo sulle rettifiche a bilancio, dando così una visione incompleta del problema dei bad loans. Il che può indurre i mercati anche a comportamenti non razionali. Nei giorni scorsi, ad esempio, alcuni istituti italiani sono stati ingiustamente penalizzati in borsa per via di tassi di copertura dei crediti deteriorati apparentemente più bassi della media considerando unicamente le rettifiche. Ma il livello delle rettifiche da solo non dice tutto, sicché se una banca ha crediti dubbi di medio lungo termine ampiamente coperti da garanzie reali è del tutto logico che essa si possa permettere un coverage ratio finanziario meno elevato.

E’ poi interessante notare che l’analisi dei dati relativi ai NPLs persino delle quattro banche recentemente oggetto di risoluzione evidenzia una potenziale capacità di recupero complessiva in linea con la media delle banche italiane di maggiore dimensione. Tale capacità è misurata sommando gli accantonamenti già contabilizzati ed il valore complessivo dei collaterali sottostanti i crediti non performing. In particolare, in base agli ultimi bilanci disponibili del 2012 e 2013 il valore totale di copertura dei crediti dubbi di Carife, Carichieti, Banca Marche e Banca Etruria evidenzia, in media, valori analoghi a quelli delle principali banche italiane. Ossia le 4 banche “salvate” hanno sì distrutto capitale (ed è per questo che hanno dovuto essere “salvate”) ma i loro bad loans risultano ben coperti da rettifiche e garanzie reali.

Si può aggiungere che la risoluzione intervenuta sulle quattro banche ha, evidentemente, operato riguardo alle sofferenze in una pura ottica di cessione. Viceversa, se ci poniamo in una logica di valorizzazione dell’intero perimetro delle vecchie banche, osserviamo che nessuna quantificazione è stata fatta con riferimento al fair value dei crediti diversi dalle sofferenze. In quest’ottica, dati gli attuali bassi livelli dei tassi di mercato, ne può conseguire una rivalutazione degli attivi e, quindi, anche del valore dei crediti in bonis. In particolare, quanto più elevata è la componente di medio lungo termine erogata in anni passati che pesa sul totale dei crediti, tanto più il fair value degli stessi può riservare differenze positive di valore.

La solidità complessiva del sistema bancario italiano. I recenti risultati dello Srep della vigilanza unica europea hanno certificato che al 30 settembre 2015 tutte le banche italiane oggetto di sorveglianza presentano rapporti di capitale pregiato sul totale degli attivi ponderati per il rischio (CETI ratio) superiori ai requisiti richiesti dalla Bce, con le sole eccezioni di Popolare Vicenza e Veneto Banca (che hanno peraltro entrambe in programma aumenti di capitale finalizzati alla loro stabilizzazione). E’ importante sottolineare due aspetti. Il primo è che in non pochi casi gli istituti bancari italiani superano i requisiti di capitale richiesti dalla Bce (nella definizione fully loaded di Basilea 3 a regime) non di poco, bensì anche di 2-3 punti percentuali. Il secondo aspetto è che se si confrontano le performance di CETI ratio alla stessa data delle nostre banche maggiori (escludendo sempre le due popolari venete non quotate) con quelle dei big del credito europei, il sistema bancario italiano non sfigura affatto. Anzi, le nostre banche più performanti hanno valori superiori a quelli di molte grandi banche tedesche, francesi, inglesi e spagnole.

Ancor migliore risulta il confronto tra le nostre banche maggiori e i principali istituti europei per quanto riguarda la leva, che è particolarmente elevata e, quindi, rischiosa nel caso di parecchie banche straniere del Nord Europa. Il rapporto tra capitale pregiato e la leva vede infatti le banche italiane con i migliori indici. Se poi si rappresentano su uno stesso grafico il CETI ratio e il leverage ratio, si può osservare chiaramente che gli istituti bancari italiani affollano la parte più esterna del grafico con un buon bilanciamento in entrambi gli indici di valori elevati e più che rassicuranti.

Conclusioni. Se la vigilanza unica europea si adoperasse per costruire una batteria di indicatori più esaustivi sui reali fattori di rischio delle banche, che sono, oltre alla leva eccessiva, i derivati e i rischi di controparte derivanti dalla crescita delle intermediazioni con i Paesi emergenti (e non certo i titoli del debito pubblico), gli istituti italiani figurerebbero comparativamente molto più solidi di quanto già non dicano gli attuali database.

 da Il Sole 24 Ore del 26.01.2016

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