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Assise di Confindustria. Il lavoro vero e i suoi paradossi

I giovani “clausola di salvaguardia del paese”

La ripresa c’è ma potrebbero mancare gli addetti – Le scelte non più rinviabili

di Alberto Orioli

Nei padiglioni della Fiera di Verona, nel giorno dell’orgoglio e dell’identità dell’impresa, si materializza il lavoro, quello vero, non l’ectoplasma inanimato, agitato ad uso del marketing politico di una campagna elettorale sgangherata e lontana dalla realtà.

Il lavoro vero è il futuro e il presente dei giovani, reddito per le famiglie, inclusione in una società orientata a valorizzare «i cittadini europei di nazionalità italiana» come li chiama il presidente della Confindustria Vincenzo Boccia. Il lavoro è il frutto dell’impresa, magari manifatturiera, magari competitiva, magari globale e internazionalizzata. Come sono buona parte delle aziende italiane. Non nasce per decreto, né da eventuali redditi di cittadinanza che semmai remunerano l’inattività.

E quando il lavoro è quello vero capita anche che diventi “provocazione sociale”. Quando a parlare nelle sale colorate dove si svolgono le Assise della Confindustria sono gli imprenditori, le loro storie raccontano anche di una realtà inaspettata, fino al punto che ormai è lecito pensare anche a un futuro dove ci sarà il lavoro, ma non i lavoratori. L’Italia ormai è divisa tra zone a piena occupazione con tassi d’impiego tedeschi (e Verona è una di queste) e aree dove invece la crisi ha allargato la desertificazione industriale e con essa la condanna della disoccupazione. Tuttavia l’aria che si respirava ieri era quella della svolta, dell’attesa di un futuro positivo e ricco di opportunità a partire proprio dall’occupazione.

I numeri restano più forti di ogni ideologia anche se illustrano il paradosso italiano: in cinque settori – alimentare, meccanico, tessile, chimico e Ict – le imprese sanno già che non troveranno dal 30 al 50% del personale atteso. E non è poca cosa: nel settore meccanico in cinque anni saranno necessari oltre 93mila addetti (di cui oltre 21mila laureati e 37mila diplomati), nell’information technology almeno 77mila addetti (oltre 35mila laureati e 33mila diplomati) solo per citarne due. E non sono lavori di bassa qualificazione o di scarsa qualità, ma richiedono profili specializzati. Paradosso nel paradosso: crescono gli italiani in fuga all’estero e sono anch’essi ad elevata qualificazione.

L’obiettivo del programma della Confindustria è di creare 1,8 milioni di posti di lavoro in cinque anni. E 1,5 milioni saranno gli studenti che in un biennio dovranno cimentarsi con l’alternanza scuola-lavoro come prevista dalle ultime norme per l’apprendistato e non solo.

E la formazione è l’avvio di ogni percorso di lavoro razionale, cardine strategico anche del programma della Confindustria. La formazione accresce la caratura del capitale umano, investimento prezioso per ogni impresa, che diventa capitale sociale quando si tramuta in valori e comportamenti propri di una comunità, consapevole e civile.

La campagna elettorale non ha mai nemmeno sfiorato questo tema, né tantomeno i suoi paradossi.

L’orientamento scolastico è stato troppo spesso solo una banale leva di marketing per le scuole e non cura per la ricerca delle competenze potenziali e delle attitudini dei ragazzi; invece passa da qui l’organizzazione intelligente dei flussi del mercato del lavoro. È un punto decisivo che nelle testimonianze degli imprenditori viene spesso sottolineato, così come la farraginosità delle regole sull’apprendistato e le grandi attese per i nuovi Its ancora in fase di sperimentazione ma da collegare meglio all’università.

Nel programma proposto da Confindustria alla politica è prevista una maggiore autonomia didattico organizzativa e una sperimentazione in 100 scuole di nuove reti di scuola-impresa così come un potenziamento degli Its legandoli alla formazione 4.0 da rendere strutturale. Si pensa a una forma di apprendistato work-up 4.0. Si prospetta una collaborazione organica tra imprese e atenei con nuove forme di dottorato industriale e un miglioramento delle forme di trasferimento tecnologico, nonché una specializzazione delle università a seconda delle specificità delle filiere produttive.

Quando si torna al racconto della vita vissuta gli imprenditori prospettano anche nuove forme di incentivazione per favorire la migrazione interna. Nel Nord-Est e in Emilia la domanda di lavoratori è in forte aumento e c’è chi prospetta forme di incentivo per chi metta a disposizione alloggi e biglietti low cost per i rientri a casa due volte al mese per i giovani del Sud disposti a spostarsi.

Altri suggeriscono un’alternanza scuola-impresa estesa anche ai docenti, di cui lamentano una scarsa conoscenza del mondo produttivo causa di una certa incomunicabilità. Altri ancora vorrebbero declinare le specializzazioni negli indirizzi didattici a seconda delle vocazioni industriali dei diversi territori o distretti. O suggerire forme di valutazioni dei docenti non solo sulla base delle pubblicazioni, ma sulla base del numero di brevetti e sulla loro applicabilità alle industrie favorendo così l’attenzione al trasferimento tecnologico.

C’è una forte consapevolezza negli imprenditori che il lavoro non può continuare a essere l’esito di incontri casuali e di curricula scolastici improvvisati. I giovani – è stato uno degli slogan delle Assise – sono la vera e unica «clausola di salvaguardia» del Paese. Non bastano le risposte abborracciate delle campagne elettorali da talk show.

 da Il Sole 24 Ore del 17.02.2018

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