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Amministrare per i cittadini

Riforme. E’ il servizio pubblico che deve adeguarsi alla quotidianità delle persone, bisogna ribaltare una dinamica sbagliata. Tra gli obiettivi una carta digitale e una scuola di formazione riconosciuta in Italia e all’estero.

di Marianna Madia

Caro direttore, l’intervento di Oberdan Forlenza apparso venerdì 10 ottobre sul Corriere della Sera mi dà l’occasione di chiarire alcuni concetti che mi stanno a cuore. Il mio dovere è provare a sovvertire con i fatti un racconto decadente della nostra Amministrazione, puntando in modo deciso sulle eccellenti professionalità che ci sono e che da questa rappresentazione vengono travolte. Per farlo, partiamo dall’assunto che condivido con Forlenza: la Pubblica amministrazione è «un insieme di funzioni e servizi per i cittadini, soprattutto per coloro che non possono permettersi di rivolgersi o comprare servizi altrove». Sono d’accordo. La Pa è uno strumento per garantire ai cittadini uguaglianza nei diritti e pari opportunità nell’accesso ai servizi. Ma spesso questo strumento si inceppa. Oggi sono le persone e le imprese a essere costrette a piegarsi ai tempi, ai modi e ai luoghi dell’amministrazione pubblica. Noi stiamo lavorando per ribaltare questa dinamica. Nella nostra idea di servizio pubblico è l’amministrazione che deve adeguarsi alla quotidianità delle persone, non viceversa. Sappiamo bene che nessuno sorride quando paga le tasse, e nessuno ha l’hobby di mettersi in coda per un certificato. Ma se l’adempimento di questi doveri diventa persino complicato, è inevitabile che il cittadino perda fiducia in chi amministra e governa. In questo senso ci stiamo occupando di innovare la Pa nei suoi modelli organizzativi e nelle modalità in cui vengono erogati i servizi. Oggi per fare un bonifico bancario o acquistare un biglietto aereo bastano pochi secondi. Per capire come, dove e quanto pagare di tasse, invece, si possono impiegare intere giornate. Noi stiamo cercando di annullare questa assurda differenza tra servizi pubblici e servizi privati. Stiamo costruendo una carta della cittadinanza digitale che non solo cambierà il modo di lavorare delle persone, ma garantirà ai cittadini di ricevere servizi per via telematica. Questa, per noi, non è solo una questione di modernità. È democrazia. C’è poi un problema di organizzazione del lavoro e di competenze. Da un lato abbiamo cancellerie dei tribunali in tilt per mancanza di personale, dall’altro amministrazioni con troppi dipendenti che non vengono valorizzati, non perché svogliati, ma perché privi di obiettivi. Su questo, modificando le norme sulla mobilità, siamo intervenuti con il decreto legge sulla Pubblica amministrazione, la prima parte della riforma più complessiva, che sta proseguendo con il disegno di legge attualmente in discussione al Senato. Non sfuggo poi al problema della contrazione dei costi del personale avvenuta in questi anni: qui c’è la necessità di scelte mirate. Abbiamo deciso di investire sull’assunzione stabile di 150.000 insegnanti, perché pensiamo che la scuola italiana e le ragazze e i ragazzi che la frequentano ne abbiano bisogno. Per poter compiere scelte mirate, per potenziare settori strategici, abbiamo bisogno di formare professionalità di alto livello. Per questo abbiamo puntato in modo deciso su una sola scuola della Pubblica amministrazione, al posto delle cinque che esistevano in precedenza. Una grande scuola di formazione del settore pubblico, riconosciuta in Italia e all’estero, che diventi un vero e proprio bacino di competenze al servizio del Paese. Molti prima di noi ci avevano provato, senza riuscirci.

Ministro per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione

dal Corriere della Sera del 12.10.20114

 

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