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Altro che bamboccioni. Ora i giovani imparano ad adeguarsi sul lavoro

diRita Querzé

L’indagine dell’Istituto Toniolo

MILANO – Davide Silvestri ha 27 anni. Milanese, laureato. Ha provato a realizzare il suo sogno: lavorare in un’organizzazione internazionale. Solita trafila: stage non retribuiti, compiti di basso profilo. Poi, deluso, ha cambiato rotta: «Sono entrato nell’azienda di pulizie di mio padre. Meglio scendere a patti con la realtà. Grazie alle mie competenze abbiamo messo a punto un nuovo brevetto. Sono soddisfatto». Degli under 30 come Davide Silvestri si occupa il «Rapporto giovani»
promosso dall’Istituto Tonìolo di Milano. Novemila i ragazzi tra i 18 e i 29 anni intervistati in giro per l’Italia.
Obiettivo: rappresentare, oltre gli stereotipi, la relazione tra under 30 e lavoro. Il confronto con gli altri Paesi Ue fa notare quelloche si è già ripetuto a più riprese: i giovani italiani hanno un tasso di occupazione tra i più bassi (19,4% contro una media del 33%); escono dalla famiglia e fanno figli più tardi degli altri. Per l’88% il lavoro è sì un modo per farsi una famiglia e affrontare il futuro ma anche la strada per realizzare se stessi. Forse anche per questo l’equazione «lavoro uguale fatica e stress» è valida solo per il 60% degli intervistati. Se fino a ieri l’autorealizzazione era un sogno a portata di mano, oggi sta diventando un lusso.
«Dalla nostra indagine risulta che un giovane su quattro, pur di lavorare, accetta un impiego lontano dalle proprie aspettative. E la percentuale dei delusi arriva a uno su tre al Sud», fa notare Alessandro Rosina, tra i coordinatori dell’indagine del Tonìolo. I ragazzi pienamente soddisfatti della propria occupazione sono soltanto il 17%. Il motivo di frustrazione maggiore è la retribuzione. Inadeguata per il 47 per cento degli intervistati. Un giovane su due si adatta a un salario che considera sensibilmente inferiore rispetto a uno standard adeguato. «Gli under 30 stanno scendendo a patti con la realtà anche perché hanno compreso che chi resta disoccupato troppo a lungo poi fatica a farsi assumere», fa notare Rosina. Bìsogna intervenire con una politica industriale adeguata – conclude il professore -. Per evitare questo spreco di energie e competenze».

da Corriere della Sera, 3 maggio 2013

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