News

Letture e approfondimenti per imprenditori (e non solo).

0

Agenda per ripartire. Economia, lo slancio perduto

Sulle riforme istituzionali l’esecutivo procede rapido mentre sul rilancio della crescita, dopo il successo del Jobs act, pare essersi arenato e deve fare i conti con la scomparsa degli aumenti di produttività. Cosa fare? Per esempio non lasciare la legge sulla concorrenza agli appetiti delle lobby

di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Fra due mesi la Gran Bretagna potrebbe aver deciso di abbandonare l’Unione Europea. Lo scontro fra Germania e Fondo monetario internazionale sull’opportunità di condonare una parte del debito greco — che sta provocando l’uscita del Fondo dal programma di aiuti e il mancato pagamento di una tranche di quegli aiuti — ripropone la domanda se la Grecia sarà in grado di rimanere nell’euro e nell’Unione. Le divergenze, soprattutto culturali, fra i Paesi dell’Europa continentale del centro-nord e quelli che si affacciano sul Mediterraneo sono sempre più evidenti, con la Francia che cerca di fare da collante. Come notava Lucrezia Reichlin (Corriere, 27 marzo scorso) c’è il rischio di uno sgretolamento dell’Unione con un «centro» che si isola e si integra da solo. Il muro eretto alla frontiera del Brennero è un simbolo sinistro.

Renzi ha ragione quando dice che l’Europa dovrebbe smetterla di discutere (solo) dei decimali del deficit, e invece impegnarsi per un salto di qualità delle sue istituzioni. Ma l’Italia è pronta a essere parte integrante di questo processo o vogliamo abbracciare il destino della periferia? Vogliamo essere inclusi, se questo dovesse succedere, in un’Europa del centro-nord più piccola ma più integrata, o preferiamo la strada «mediterranea»? Sappiamo valutare i costi e i benefici di questa scelta?

Se, dopo l’uscita della Gran Bretagna e per evitare l’implosione dell’Unione, Francia e Germania attivassero la previsione dei Trattati europei che consente ad alcuni Stati membri di procedere da soli attraverso «cooperazioni rafforzate» in alcune aree — ad esempio nominando, come già hanno proposto, un unico ministro dell’Economia — l’agenda politica italiana cambierebbe nello spazio di pochi giorni. La domanda che, ci piaccia o no, si potrebbe porre già la prossima estate è se a quel piccolo gruppo convenga includere l’Italia. La decisione verrà presa considerando la nostra solidità, politica ed economica.

Mentre sulle riforme istituzionali il governo procede con determinazione, su quelle economiche, dopo il successo del Jobs act, pare essersi arenato. Pensare che passi successivi — a cominciare dall’approvazione della legge sulla concorrenza che il governo ha abbandonato agli appetiti delle lobby — possano essere rimandati alla prossima legislatura è un’illusione che renderebbe solo più probabile l’essere sospinti sulla via mediterranea.

Che fare? Assumendo che il referendum di ottobre approvi la riforma costituzionale, un passo necessario per garantire stabilità politica, le cose urgenti, perché da esse dipenderà il giudizio sulla nostra solidità economica, riguardano la crescita, il debito e la stabilità finanziaria. Gran parte della nostra mancata crescita dipende dalla scomparsa, da oltre un decennio, di aumenti di produttività. Ma non è un problema che riguarda tutta l’economia. A fronte di un settore manifatturiero in cui la produttività cresce anche più che in Francia e Germania, la nostra produttività nei servizi non solo non aumenta, scende, con cadute, nell’ultimo decennio, fino al 15 per cento nel settore dei servizi professionali (si veda l’ultimo rapporto di Prometeia). Il motivo è semplice: poca concorrenza, che crea rendite fatte pagare a consumatori e imprese industriali che di quei servizi hanno bisogno. La soluzione è altrettanto semplice: una «botta di concorrenza».

Il secondo motivo è la dimensione delle nostre imprese, che sono troppo piccole. La produttività è tanto più bassa quanto più piccole sono le imprese. Perché imprese troppo piccole non hanno risorse sufficienti per investire in ricerca e sviluppo o anche solo nelle costruzioni di siti internet che consentano di gestire operazioni interne all’azienda o di dialogare con fornitori e clienti. In Francia e Germania le imprese grandi (con più di 250 addetti) sono intorno al 40 per cento del totale. In Italia sono la metà, mentre le micro imprese, quelle con meno di 10 addetti, sono il 45 per cento in Italia, a fronte del 15 per cento in Germania. Le ragioni hanno radici lontane e soluzioni non ovvie, ma anziché illuderci che per riprendere a crescere basti qualche intervento sulla domanda, vogliamo mettere questo tema in cima all’agenda di politica economica? Sul debito (in rapporto al reddito nazionale) la strada da percorrere è chiara: ridurre subito le imposte sul lavoro per favorire la crescita del denominatore, e iniziare un graduale processo di riduzione di spesa, per fermare il numeratore. Lo diciamo da tempo.

Per quanto riguarda la stabilità finanziaria, governo e Banca d’Italia sembrano sottovalutare la gravità della situazione di alcune nostre banche. La soluzione proposta la scorsa settimana — la seconda dopo il decreto sulla garanzia per le sofferenze bancarie varato solo un mese fa, sostanzialmente inutile, e già dimenticato — ha un difetto di fondo. Cerca di risolvere i problemi di alcune banche sostanzialmente fallite trasferendone i problemi sulle banche sane. Non bisogna poi sorprendersi se i prezzi di Borsa di queste ultime soffrono. La vicenda delle banche insegna che rimandare i problemi serve solo a renderli più difficili.

Come sosteniamo da tempo, delle banche fallite, o a rischio di fallimento, deve occuparsi, temporaneamente, lo Stato, attraverso la Cassa depositi e prestiti, uno strumento che non viola le regole europee. Invece la soluzione che il governo sta considerando affida alla Cassa un ruolo solo marginale. Saremmo dovuti intervenire anni fa quando il resto dell’Europa affrontava il problema — e già lo fece in ritardo rispetto alla rapidità con cui intervennero gli Stati Uniti, il che spiega perché essi uscirono piu velocemente di noi dalla recessione. I fondi che Washington investì per salvare alcune istituzioni finanziarie sono stati tutti restituiti, senza perdite per il contribuente americano. Se fossimo intervenuti anche noi con altrettanta rapidità e determinazione non ci troveremmo ora a dover risalire la china arrancando. Insomma, sulle riforme economiche il governo sembra essersi arenato. Forse aspetta il referendum di ottobre. Ma questo lusso non ce lo possiamo permettere. Se nascerà un’Europa più piccola e più integrata nessuno lo sa, ma se accadesse non possiamo farci trovare impreparati e indecisi.

dal Corriere della Sera del 20.04.2016

© 2013 Studio Ragazzo-Pescari Professionisti Associati - All rights reserved. P.iva 01224480473