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Addio efficienza tecnologica. Alla creatività serve pigrizia

di Evgeny Morozov

Bisogna riscoprire l’ozio per fare innovazione.

Life hacking è una delle espressioni più curiose scaturite dalla Silicon Valley. È stata coniata dal giornalista Danny O’Brien nel 2004, e si è rapidamente imposta nel gergo tecnologico. Nel 2011 è stata inserita nella versione online dell’Oxford Dictionary, che l’ha definita «una strategia o tecnica per gestire in modo più efficiente il proprio tempo e le attività quotidiane».

L’idea alla base del life hacking era attraente. Perché non usare la tecnologia per fare le cose in modo più efficiente e avere così più tempo libero? Timothy Ferriss, autore del bestseller 4 ore alla settimana (ricchi e felici lavorando dieci volte meno, promette il sottotitolo) ha spinto il concetto alle sue estreme conseguenze, divenendo un eroe per molti impiegati. Peccato che una buona parte del tempo liberato lo si passa a sistemare, aggiornare o sostituire gli strumenti e i programmi che rendono possibile il life hacking. Cosa c’è di più frustrante dell’usare la tecnologia per avere più tempo libero e poi impiegarlo per cercare di essere ancora più efficienti?

Due nuovi libri offrono delle prospettive interessanti, anche se indirette, sul life hacking. Autopilot di Andrew Smart esamina alcune recenti scoperte nel campo delle neuroscienze (in particolare la notizia che il nostro cervello lavora anche quando è a riposo) per sostenere che trovare il tempo per non fare nulla è importante per produrre nuove idee e usare al massimo le nostre facoltà mentali. Per innovare, dice Smart, dobbiamo imparare a essere inattivi, e lo dice in un momento in cui l’ozio non è certo ben visto nella maggior parte degli ambienti aziendali. Secondo lui, un buon modo per sovvertire il capitalismo sarebbe semplicemente quello di lavorare il più possibile: così la creatività languirebbe — e chi vuole lavoratori privi di idee quando si possono già comprare, e a buon mercato, robot senz’anima? «Gli affari distruggono la creatività, la conoscenza di sé, il benessere emotivo, la capacità di fare amicizia», continua Smart.

La celebrazione dell’ozio fatta da Smart sembrerebbe andare perfettamente d’accordo con lo spirito del life hacking. Ma Smart sostiene che «la tecnologia, nonostante tutti i suoi vantaggi, in realtà ci sta portando via il tempo libero», e si lamenta che «ora siamo collegati 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana». Critica anche aspramente David Allen, l’autore di Getting Things Done — una guida al life hacking —, perché non si pone una domanda ovvia: e se a rendere necessarie tante app che migliorano la produttività fosse il fatto che abbiamo troppo da fare? Per chi valorizza l’ozio, il life hacking è in effetti troppo utilitaristico. Un buon life hacker userebbe la tecnologia per evitare tempi morti e passare il prima possibile ad attività più gratificanti e divertenti. Smart, al contrario, sostiene l’importanza dei «tempi morti». Vuole che si adotti il life hacking, ma in modo che sappia meno di taylorismo e più di contemplazione buddhista. Non dobbiamo «fare di più con più», ma «meno con meno». 24/7 è anche il titolo del nuovo libro di Jonathan Crary, illustre storico dell’arte della Columbia University. Crary vede il sonno come una delle poche aree che hanno resistito alla colonizzazione del neoliberismo. «La gran parte della vita che passiamo dormendo, liberi dalla schiavitù di bisogni indotti, rimane una delle grandi sfide dell’uomo alla voracità del capitalismo contemporaneo», scrive. Crary offre molti aneddoti e statistiche interessanti. Il Pentagono, sempre all’avanguardia nell’innovazione, sta spendendo milioni di dollari perché i soldati riescano a fare ameno del sonno. In quest’ambito siamo già sulla buona strada: oggi l’adulto medio americano dorme circa sei ore e mezza per notte, rispetto alle otto ore della scorsa generazione e alle dieci di un secolo fa. Perché non dovrebbe piacerci il messaggio di Crary?

Possiamo sovvertire il capitalismo moderno dormendo di più! Occupythebedroom! Stranamente Crary non parla di life hacking. È un’omissione sorprendente, visto che una delle branche del life hacking è lo sleep hacking, che si propone di ottimizzare il modo in cui dormiamo. Obiettivo di molti sleep hacker è quello di passare meno tempo nella fase di «sonno leggero», sostituendolo con il «sonno profondo» o «sonno Rem» (la fase di veglia che precede l’addormentarsi è approvata da Crary, ma temuta da molti sleep hacker). Per monitorare il loro sonno, gli sleep hacker vanno a letto con sensori sulla fronte e tengono dettagliati diari elettronici del sonno, spesso condivisi online. Per sviluppare un controllo sulle fasi del sonno, sperimentano diete, particolari temperature dell’ambiente e del corpo e si esercitano. Il già citato Tim Ferriss, ad esempio, ha scritto anche Quattro ore alla settimana per il tuo corpo, in cui elargisce consigli sulla giusta temperatura della doccia per ottenere il massimo da un sonno più breve, ma più profondo. Crary nota giustamente che «secondo il paradigma neoliberista globale, dormire è da perdenti», ma sembra ignorare quanto il nostro sonno sia già stato invaso dalla tecnologia, spesso con modalità utilitaristiche molto aggressive. Questo spazio oggi non è più così incontaminato come sostiene Crary; anch’esso è soggetto ai dettami dell’efficienza. Facendo delle ricerche online, mi sono imbattuto nel post di un blog (quantifiedscience.com/2012/07/31/sleep-hacking-basics/) — a quanto pare abbastanza tipico — di uno degli adepti dello sleep hacking, che mostra una serie di grafici e percentuali come se fosse un manager che fa una presentazione PowerPoint. Commentando una sua esperienza di sonno durata 7,27 ore (di cui il 52 per cento di «sonno leggero», il 29 di «sonno Rem» e il 19 di «sonno profondo»), l’autore la definiva «inefficiente» e si lamentava di aver sprecato molto tempo (allo scopo di dormire in modo più efficiente, consigliava di «sollevare pesi: aumenta il tempo di sonno profondo per varie notti successive»).

Anche lo sleep hacking, come il life hacking, in teoria può apparire meraviglioso: perché non migliorare la qualità del nostro sonno con speciali sensori? Il problema (come indica il titolo del libro di Tim Ferriss) è che una volta che si accetta la tesi secondo cui «la qualità del sonno non dipende dalla quantità», si sarà tentati di usarla per tagliare le ore di sonno. E una volta che gli strumenti e le tecniche dello sleep hacking saranno a buon mercato e alla portata di tutti, come potremo giustificare l’irresponsabile desiderio di dormire più a lungo, piuttosto che «meglio»? Quel che sarebbe desiderabile, per parafrasare Karl Marx, è «fare life hacking la mattina, un sonnellino il pomeriggio, e dopo cena esercitare la critica». Invece, quel che già ci tocca, «fare life hacking la mattina, saltare il sonnellino pomeridiano e dopo cena lavorare», andrebbe senz’altro evitato.

dal Corriere della Sera del 28/07/2013

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