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Acconti e salassi. E’ accettabile che lo Stato pretenda, oggi, l’intero prelievo fiscale su un reddito che ancora dobbiamo guadagnare?

Può apparire noiosa materia per commercialisti. Ma le decisioni appena varate dal governo per coprire la seconda rata IMU 2013 tramite anticipi e aumenti IRES e IRAP fanno a pezzi qualsiasi illusione sullo Stato di diritto e, pertanto, ci riguardano tutti.

Il fatto iniziale è, come noto, la promessa di eliminare l’IMU sulla prima casa. In realtà, l’IMU come imposta non è stata eliminata: è stata solo sospesa per l’anno 2013. Le alternative sono due: o si fa credere agli elettori che l’imposta non esiste più e quindi, di volta in volta, al momento del redde rationem occorre trovare una copertura specifica per poterne rinnovare la sospensione, oppure arriverà il giorno in cui si dirà chiaramente che l’IMU ancora esiste e che, non sapendo più dove trovare le coperture, va pagata anche sulle prime case, essendo un’imposta ancora vigente.

Già questo appare sintomatico del grado di schizofrenia del nostro ordinamento tributario, incapace di fornire uno straccio di stabilità al sistema delle imposte, già dure da digerire di per sé, ancora più dure da conviverci se l’incertezza che aleggia su cosa e quanto dobbiamo non ci consente di fare programmi su come, dove e quanto destinare spese, risparmi e investimenti.

Attualmente, il governo persegue la prima strada di individuare volta per volta le coperture necessarie a abolire non già l’IMU, ma le rate dovute. Abolita la prima, a fine novembre è riuscito ad abolire anche la seconda rata compensando il mancato gettito con acconti e aumenti di imposta.

Tra queste compensazioni, spicca per iniquità l’aumento del 130% dell’acconto IRES dovuto per l’anno d’imposta 2013 dalle società del settore finanziario, creditizio e assicurativo e l’applicazione per i medesimi soggetti di un’addizionale di 8,5 punti percentuali sull’imposta dovuta.

Queste misure si aggiungono a quelle già introdotte per cui, per tutte le società e i soggetti passivi di IRES, l’acconto è fissato nella misura del 102,5% per il periodo di imposta 2013 e del 101,5% per il periodo di imposta successivo. Dal 2015, esso sarà a regime del 100% .

Anche per l’IRPEF il governo aveva già imposto che l’acconto, a decorrere dal periodo di imposta in corso al 31 dicembre 2013, fosse pari al 100%, anziché al 99%.

Detto in termini più semplici, lo Stato chiede a tutti, persone fisiche e giuridiche, di anticipare per l’intero ammontare l’imposta dovuta per quanto guadagneremo nell’anno successivo. Ai soggetti passivi di IRES chiede uno sforzo ulteriore, anticipando più di quanto dovuto almeno per i prossimi due anni. Per alcune categorie di società (settore finanziario, creditizio e assicurativo) la percentuale è addirittura del 130%.

Dal 2014, salvo cambiamenti che, a questo punto, siamo costretti a pensare in peius, per tutti i contribuenti l’acconto sarà comunque pari al 100%.

Accantoniamo i ragionamenti di tipo finanziario, in particolare quello – tutt’altro che secondario – per cui l’acconto è calcolato sulla stima di un reddito effettuata sugli esercizi precedenti che, in tempi di magra, non è affatto detto che sia pari a quanto finora guadagnato. Accantoniamo anche la sfiducia nel fatto che, prima o poi, per quei soggetti che dovranno versare più del 100%, il maggior prelievo verrà un giorno recuperato.

È accettabile che lo Stato pretenda, oggi, l’intero prelievo fiscale su un reddito che ancora dobbiamo guadagnare? È accettabile che stabilisca che così dev’essere, all’ultimo momento, con norme approvate, specie per le società, al limitare delle scadenze di pagamento dell’acconto? Ci sono due cose certe nella vita: la morte, e il fatto che lo Stato italiano non conosce regole o garanzie, quando si tratta di passare all’incasso.

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